133
Josè Mourinho non è finito. Ma per scriverlo e magari ribadirlo non è necessario ricordare il Triplete o i 25 titoli vinti in panchina tra Portogallo, Inghilterra, Italia, ma quanto fatto, anche nell’ultimo scorcio di carriera, al Tottenham.

Quando arrivò - autunno 2019/2020 - la squadra era al quattordicesimo posto a meno undici dalla zona Champions dove l’aveva fatta scivolare quel fenomenale allenatore che risponde al nome di Pochettino. L’anno scorso ha chiuso sesto (59 punti a 7 punti dal terzo posto) e ha conquistato la partecipazione all’Europa League. Quest’anno, prima dell’esonero, Mourinho aveva conquistato la finale di Coppa di Lega, ma il padrone del Tottenham ha pensato bene di togliergli il diritto a giocarsela quattro giorni prima della partita. Risultato: il Manchester di Guardiola ha vinto anche quella.

Ma c’è un dato su tutti che spicca nell’ultima esperienza di Mourinho. Sono i punti fatti dal Tottenham per il tempo in cui lui l’ha guidato: 95. Per capire il valore di questo dato bisogna contestualizzarlo. Il Manchester City ne ha fatti 130, il Liverpool 117, lo United 116. Poi, per l’appunto, viene il Tottenham con 95. Ciò significa che Mourinho, durante la sua gestione, avrebbe condotto gli Spurs non solo nella finale della Coppa di Lega, ma anche alla qualificazione alla Champions League.

Come sarebbe giudicata, a Roma, sua nuova patria, una performance di questo genere al suo primo anno? Io credo molto positivamente visto che, con la situazione attuale, la Roma rischia addirittura di restare fuori dall’Europa e, con le sue modeste prestazioni, non ha certo la possibilità di vincere qualche trofeo, meno che mai l’Europa League, dalla quale è stata virtualmente eliminata dallo United nella sola gara di andata.

Tuttavia Mourinho non è un allenatore dal basso profilo ed è ovvio che a Roma arrivi per rinverdire i fasti che furono di Fabio Capello e, prima, di Nils Liedholm. Non si spiegherebbe altrimenti l’entusiasmo crescente che ha travolto la città, i tifosi giallorossi, gli sportivi e gli appassionati di calcio di mezza Italia.

Mourinho è l’allenatore giusto per la Roma perché nella capitale calcisticamente più emotiva del calcio europeo, il valore delle parole è centuplicato dalla straordinaria ricchezza dei mezzi di comunicazione e di informazione (dai quotidiani sportivi e generalisti, alle famose radio romane, ai social). La loro ripetitività, l’esaltazione dei concetti più astrusi, ma anche la relazione stretta con l’ironia, il sarcasmo e la grevità, fanno scaturire una narrazione di straordinaria intensità e, assai spesso, di ordinaria drammaticità. Mourinho di questa sceneggiatura sarà il deus ex machina, ovvero la divinità che scioglie i nodi, reperisce le soluzioni, elargisce benefici.
Non so se Mourinho potrà dire più di quanto potrà dare, ma sono certo che Roma sia il posto migliore per tornare a essere centrale rispetto al mondo, alla sua idea di vita calcistica, alla sua necessità di avere un popolo da proteggere e guidare contro nemici veri e immaginari.

Però Mourinho arriva a Roma anche per vincere qualcosa di importante. I suoi ultimi successi risalgono alla penultima stagione allo United quando vinse nell’ordine la Supercoppa, la Coppa di Lega e l’Europa League. Forse solo quest’anno lo United potrà rivincere l’Europa League, ma fino ad oggi ha guardato gli altri alzare piatti e trofei.

Chi dice che Mourinho ha vinto solo perché ha guidato grandi squadre o squadre formate da campioni o fenomeni, non dice il vero. Il Porto, con cui si prese l’Europa League e la Champions era un gruppo più che normale. E l’Inter del Triplete aveva ceduto, l’estate precedente, Ibrahimovic al Barcellona in cambio di Eto’o più soldi.

Altri, casomai, sono quelli che vincono con i fuoriclasse. Guardiola, per esempio, finora ha messo le mani su due Champions con Xavi, Iniesta e Messi. Probabilmente fra meno di un mese rivincerà, ma il City, insieme al Paris Saint Germain, è la società che spende di più nel mondo per valore dei calciatori acquistati.

Per Mou sarà tutto sarà diverso. Bisogna costruire una squadra competitiva senza campioni affermati, ma mixando il vecchio, il nuovo e l’imprevedibile, per esempio, la grande potenza creativa di Zaniolo. Un lavoro più lento (ecco spiegati i tre anni di contratto), più artigiano, più manuale. Josè dovrà lavorare con la tuta da lavoro e la toga da tribuno, il ruolo che più gli piace e meglio gli riesce. Insieme a quello di allenatore, naturalmente.