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Perchè Maradona è stato un pessimo esempio”, spesso sento dire in certi programmi televisivi oppure sui palcoscenici più improbabili, sempre la solita idiozia. Credo che tale considerazione, se non nasce da una convinzione deviata dall’inquadratura distorta del soggetto, diventa il frutto di un sentimento molto pericoloso nella nostra vita: l’invidia. O peggio ancora, il risentimento di chi troppe volte ha (sportivamente) sofferto nel trovarselo contro. E la seconda ipotesi diventa la peggiore, perché partorita da elementi di media intelligenza, che provano a strumentalizzare la gente troppo distratta dai problemi della vita quotidiana, con la prospettiva di un uomo che ha fatto tanti danni, per i quali ha chiesto molte volte perdono e che ha voluto bene a tutti, tranne che ad una persona: se stesso.

Se volessimo giudicare Sigmund Freud, vale a dire il padre della psicoanalisi, solo attraverso la sua vita privata, allora dovremmo smettere di leggere i suoi libri, stampati in milioni di copie. Era un accanito fumatore di sigari, a volte ne accendeva anche due per volta ed il suo medico gli imposte di smettere, cosa che gli portò una depressione tale da spingerlo verso la cocaina, da lui definita “sostanza magica”. Sfido la maggioranza di quelli che leggeranno questo pezzo ad ammettere che sì, conoscevano questa storia di Freud. Invece, tutti sanno che Maradona era un drogato, che talvolta maltrattava le sue donne, che ha lasciato figli un po’ dovunque e che beveva più alcol dell’acqua. E tutti questi trascurano l’unico vero aspetto per il quale noi dovremmo giudicarlo: è stato il più grande giocatore nella storia del calcio.
In quel campo sì che può essere un ottimo esempio e lo è da sempre, formando generazioni di ragazzi che provavano ad imitarlo nelle sue gesta sul campo di gioco. Giovani che manco sapevano dell’esistenza di tutti i suoi difetti umani. Io spero, anzi pretendo, di essere giudicato dalla gente che mi segue soltanto per il mio aspetto professionale e mai per i comportamenti della mia vita privata, ancorché adamantina che sia. E non so se può essere considerata tale quella di chi costantemente punta il dito dritto verso Maradona, che non ha avuto pietà dell’uomo, di Diego, nemmeno nel giorno in cui il suo cadavere era ancora caldo nel letto della sua abitazione argentina. Anche in guerra esiste l’onore delle armi, l’ossequio militare al nemico sconfitto. Un riconoscimento cavalleresco che al Pie de Oro non è stato concesso nemmeno immediatamente dopo la sua dipartita, con uno sciacallaggio mediatico di cattivo gusto, arrivato da soggetti che si illudono di far parte del gotha culturale del nostro paese.

Si è continuato a dileggiare Maradona anche nell’esalazione dell’ultimo respiro per continuare a colpire Napoli, città controversa di una squadra tornata ad essere competitiva dopo i fasti del settennato maradoniano. Il successo non te lo perdona nessuno, soprattutto quelli che devono per forza vincere perchè non sanno, per evidenti debolezze, accettare la sconfitta. Maradona ha avuto la “colpa” di permettere alla squadra azzurra, mai vincente in passato, di arrivare ai massimi livelli, sia nazionali che europei, consentendo ai napoletani di camminare finalmente a testa alta, perchè sapevano che in testa al gruppo c’era Re Maradona. Fu un cambio di scena con il sapore di una rivoluzione calcistica e culturale, purtroppo mai più completata.