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Si prepara un autunno da incubo. Questa mattina lo Stato di Israele ha dichiarato un nuovo lockdown totale. In Francia Macron annuncia che, visti i dati quotidiani disastrosi riferiti alla pandemia, una serrata è da prendere in esame. In India il virus si sta rivelando peggio delle carestie e dell’indigenza cronica. In Sudamerica i contagi crescono a livello esponenziale. In Italia, al momento, l’allarme non è rosso ma si stanno allestendo capannoni e campi militari dove allestire le terapie intensive che, si spera, non servano. Negli Stati Uniti persino il negazionista Trump ha dovuto ammettere di essersi comportato in maniera superficiale sottovalutando la pandemia più o meno come ha fatto Bolsonaro in Brasile. Il presidente americano lo ha detto ieri, bel giorno che era quello della vigilia della ricorrenza che sconvolse il mondo.

Oggi 11 settembre di diciannove anni fa. Gli aerei dirottati dai terroristi di Bin Laden colpivano, a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, le Torri Gemelle del World Trade Center nel cuore di New York. Fu una strage senza precedenti per la storia dell’epoca contemporanea. Il mondo intero si fermò impietrito e sconvolto davanti alle televisioni che mostravano in diretta la mattanza provocata dal crollo dei due grattacieli. Dopo tanti anni, oltre ricordo di quelle ore interminabili, esiste la certezza scientifica provata che gli effetti assassini di quelle esplosioni si fanno ancora sentire pesantemente provocando malattie di ogni genere e spesso letali non solo in coloro che respirarono quelle polveri velenose ma anche nei loro figli. Attualmente nell’ospedale Mount Sinai si trovano ricoverati cinquantamila pazienti sofferenti di patologie tutte riconducibili a quel giorno: tumori, malattie polmonari, leucemie, precoci demenze senili, stress post traumatici che spesso conducono al suicidio. E il numero dei pazienti continua a salire quotidianamente.
A rivelarlo è il dottor Roberto Lucchini, un medico del lavoro italiano che dieci anni fa venne convocato per dirigere l’ospedale di New York che ospita i casi del post 11 settembre. Dice: “Le polveri tossiche sollevate dal crollo erano composte da un mix di elementi chele rendeva potenti di quelle di Seveso, Bhopal, Cernobyl e Fukushima. Mezzo milioni di abitanti del quartiere più ottantamila tra soccorritori e operai vennero contagiati, si ammalarono o morirono. I danni continuarono a scoppio ritardato e ancora si fanno sentire. La gravità del pericolo si poteva percepire fin da subito, ma venne ignorata per interessi economici e per il negazionismo dell’allora sindaco Rudolph Giuliani. Soltanto con l’amministrazione di Obama arrivarono fondi per assistere i malati, ma era tardi”.

Il dottor Lucchini lavorava all’ospedale di Brescia con il quale ancora collabora dagli Usa. La città lombarda che, insieme con Bergamo, ha pagato il prezzo più alto alla pandemia e sottolinea quanto possa esistere un filo che lega le due situazioni. “Tra i reduci delle Torri il numero di coloro che vengono aggrediti dal Covid 19 è altissimo. Questo ci spinge a pensare e a fare ricerche sulla vulnerabilità ambientale. Bergamo e Brescia possono rappresentare un drammatico modello per l’attacco del virus su persone che vivono in ambienti altamente inquinati. Non è una certezza ma su questo stiamo lavorando in tanti, in America e in Italia”.