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Quando, ormai quasi due mesi fa, Zamparini affidava le redini del Palermo a Lo Monaco, ridevamo sotto i baffi. Ci dispiaceva sinceramente per Perinetti, che era ed è un ottimo dirigente, ma Lo Monaco è un'altra cosa. Non ce ne voglia Giorgio. E ci piace pensare che se il Palermo ha perso una sola partita da quando si è insediato il nuovo amministratore delegato, una fetta di meriti spetti proprio a lui. È superficiale sostenere che 'conta solo il campo': un allenatore con gli attributi, una società forte e in generale un ambiente compatto producono fiducia, dunque si riverberano sui risultati.

Lo Monaco sta cercando di importare il modello-Catania a Palermo. Una mossa inattaccabile, se è vero com'è vero che sotto l'egida del factotum di Torre Annunziata il club etneo ha scalato le vette del campionato. Gestione pressoché totalitaria della società, dalla comunicazione al mercato, presenza ubiqua in città, dallo spogliatoio agli uffici di viale del Fante, non si muove una mosca senza che Lo Monaco ne sia informato. Con la sua competenza a 360 gradi, sorretta da anni di esperienza, il 'progetto' - parola quasi sempre abusata, alle volte azzeccata - può riprendere quota.

Dal suo insediamento, nessun giocatore va dialetticamente sopra le righe, i musi lunghi - fattore inevitabile quando ci si incartapecorisce in panchina o in tribuna - restano tali soltanto nel chiuso dello spogliatoio e sempre meno tesserati si vedono in giro la sera a Palermo. In pochissimo tempo, l'ex catanese Lo Monaco ha guadagnato quintali di autorevolezza con il suo fare autoritario. Adesso manca l'ultimo tassello: rinforzare per davvero la squadra a gennaio senza ricorrere a possibili fenomeni (da baraccone) sudamericani. Per questo c'è tempo, intanto Pietro lavora sottotraccia. Perché Lo Monaco non farà produrre chissà quali aperture di giornali: i suoi obiettivi sono altri. E sono più importanti.