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No, James non se l’aspettava. Amante del rischio, non a caso specialista di hedge funds, James Pallotta forse l’ha presa un po’ sottogamba. O meglio, come molti americani, quelli che vivono nel cuore pulsante della modernità su un tessuto sociale capace di rispondere a decisioni immediate di manager e imprenditori, credeva che bastasse studiare e pianificare. La Roma con i suoi tifosi, intesi come bacino di utenza, la sua storia, i debiti che la rendevano scalabile e soprattutto la grande potenzialità, rappresentava un’occasione da non perdere. Passione? Poca. Interesse? Moltissimo, soprattutto per la potenzialità, appunto, del marchio. Più che una squadra di calcio, la Roma per Pallotta era ed è un brand. Un brand unico, che parte da lontano, da molto lontano dai secoli saecolorum. In quel nome, infatti, c’è di tutto: l’impero, il papato, il Colosseo, San Pietro. 

E allora che cosa di meglio che immaginare un lancio globale di ROMA? Dal merchandising, al nuovo stadio, fino a una catena di pizzerie con la lupa giallorossa, una linea di moda… In fondo, pensava James, io ci metto quello che gli italiani non hanno: i soldi, la pianificazione, la capacità imprenditoriale; loro ci mettono il passato, il fascino dei secoli e, per caso, il calcio. A Pallotta del calcio importava assai poco. Non come il basket, che lo ha stregato fin da ragazzo. Se sulla scena capitolina, si presenta razionale e distaccato, tentando di fare un po’ d’ordine nel caos delle tifoserie, concentrandosi sul nuovo stadio e sui conti, su quella del Massachussets, la musica è un’altra. Ad ogni fallo che fischiavano contro i suoi Boston Celtics nella finale con i Los Angeles Lakers, James saltava su, inveiva verso gli arbitri (tutti e due), le palle degli occhi fuori dalle orbite, si volgeva come un tribuno verso i tifosi. Alla fine è stato contento anche di pagare 100 mila dollari di multa per intemperanze, perchè i suoi Celtics quella finale la vinsero. Qui, se gli facessero 10 dollari di multa per un vaffa a Tagliavento o Mazzoleni non capirebbe. Il fuorigioco, quello per un mignolo o un alluce, proprio non lo capisce (stentiamo a comprenderne il senso anche noi).

Agli inizi, gli dicono che la squadra è competitiva e lui ci crede, anche se arriva seconda a ripetizione con distacchi abissali. Anche se non si aggiudica nemmeno una Coppa Italia. Gli dicono che Garcia, con quella faccia da western, è un vincente e lui ci crede. Gli dicono che la colpa di tutto è di un certo Rocchi e lui ci crede. Anche se  i risultati non sono esaltanti, sente che questa squadra è una perdente di successo. Le magliette si vendono bene, il sindaco promette, le banche sono alleate. E c’è l’affetto della gente. Insomma la potenzialità aumenta sempre più, in un contesto di entusiasmo passionale, che i tifosi della Magggica, continuano ad alimentare. L’affetto fa il suo effetto. Lui, poi, pensa di farcela con frasi ad effetto: “So quanto sono pazzi i tifosi della Roma, ma sono preparato: voi non sapete quanto sono pazzo io”.
La potenzialità, d’accordo,…e l’atto? Diciamo che l’atto stenta in tutti i campi, non solo su quello da gioco. Il povero Pallotta crede di parlare con un sindaco e si trova davanti Marino. Crede che l’anno prossimo sia quello buono, ma la Juve finisce sempre  a 15-16 punti avanti e lo scudetto sul petto. Crede che Iturbe sia un fulmine e invece è fulminato. Crede che il Giubileo sia l’occasione giusta e invece arriva l’Isis. I fischi dell’Olimpico e le sue invettive contro i media (definite “Strenua difesa dei giocatori” dal sito ufficiale della Roma) rappresentano il sintomo di un generale disorientamento di un gruppo dirigente e di una squadra, peraltro in corsa su tutti i fronti, ma che pare eternamente immatura a realizzarsi appieno. Il famoso atto, appunto, frutto della potenzialità. Tutto, insomma, resta da troppo tempo non realizzato nella testa e non solo di Pallotta, che non ha fatto i conti col tratto principale della capitale: il passato che non passa.

Chi credesse che il passato di Roma giaccia inerte sotto una coltre di offerta turistica,  dai Fori ai supplì, si sbaglia di grosso. Il passato gorgoglia e fermenta come qualcosa di vivo, capace d’irretire il presente e frenare il futuro. Non è forse Roma una città eterna? Come diceva il grande scrittore Henry James, qui “vige la prepotenza dell’ antico”, una specie di vortice insondabile che va dai riti pagani alle catacombe, dal Satyricon alla Dolce Vita, fino a una Grande Bellezza cialtrona e sublime. Un gioco di contrasti fra splendori e cloache. Anche D’Annunzio, a un certo punto, sentenziò: “Roma (non la Roma) mi ha vinto”. Figuriamoci Pallotta. Con il pallottoliere, le mazzette di dollari, gli abboccamenti politici, i diagrammi produttivi, qui non si fa niente. E il Colosseo che tanto ti affascina, caro James, non è quello con gli archi, la vetusta gradinata, i finti centurioni con le daghe di plastica. E’quello che hai visto ieri sera. Si chiama Olimpico, con una folla impazzita, pronta a uccidersi per il proprio imperatore, ma pronta anche a ucciderlo. Auguri.

Fernando Pernambuco