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Domenica pomeriggio Zlatan Ibrahimovic ha sbroccato. Il Paris-Saint Germain aveva appena perso 3-2 sul campo del Bordeaux una gara decisa da un gol a un minuto dalla fine e segnata da decisioni arbitrali discutibili. Inoltre, lo svedese aveva visto vanificata la propria doppietta. Questo insieme di circostanze lo ha portato a sfogarsi pesantemente in lingua inglese mentre rientrava negli spogliatoi. Purtroppo per lui la piazzata è stata colta da una telecamera di Canal Plus e immediatamente rilanciata. Conseguenza: ciò che avrebbe dovuto essere soltanto un momento di rabbia si è trasformato in un caso politico. Perché le parole pronunciate da Ibrahimovic sono state parecchio pesanti, e suonavano più o meno così: “Non ho mai visto un arbitro così scarso in questo Paese di merda. Questo Paese non merita il PSG”.

Ovvio che, in un paese dove la Patrie è ancora una cosa seria, scoppiasse un putiferio con tanto di intervento da parte del ministro francese dello Sport, Patrick Kanner. Allo svedese è toccato chiedere pubblicamente scusa e precisare goffamente il senso delle sue parole. Forse non gli basterà per evitare una sanzione, che arriverebbe come ultimo frutto di una settimana nera sul piano personale dopo l’ingiusta espulsione di Stamford Bridge nella gara di Champions contro il Chelsea.

Fin qui la cronaca. Ma a mio parere c’è un aspetto che va oltre e merita d’essere analizzato. Le parole di Zlatan Ibrahimovic contengono un senso e un messaggio molto forti, che forse nemmeno lui ha percepito nella loro interezza. Mi riferisco al passaggio in cui si sostiene che la Francia non merita il Paris-Saint Germain. Parole tanto più forti se si pensa che il PSG è il club della capitale. Ma che tuttavia prendono un loro significato collocandole entro questo passaggio d’epoca. Un passaggio in cui il calcio di vertice si trasforma in un grande business globale di matrice innanzitutto economico-finanziaria, trainato da un’élite di club europei cui il PSG è organico. Si tratta di un circolo di cui fanno parte pochi club, caratterizzati dall’essere sotto il controllo di proprietà o gruppi d’interesse molto ricchi: Real Madrid e Barcellona in rappresentanza della Spagna, Chelsea e i due Manchester per l’Inghilterra, Bayern Monaco per la Germania e (appunto) PSG per la Francia. Tutti club che, con la sola eccezione del Bayern, dimostrano una certa contiguità coi fondi d’investimento e sembrano interessati sempre e soltanto allo stesso nucleo di calciatori, rappresentati sempre dagli stessi businessmen del pallone: Jorge Mendes, Kia Joorabchian, Pini Zahavi, Mino Raiola e pochi altri. Il circolo di club europei che ho appena descritto si è andato restringendo nel corso degli ultimi anni. Ne facevano parte le tre italiane fondatrici del G-14 (Inter, Juventus e  Milan), prima di essere ridimensionate o addirittura espulse momentaneamente dal giro che conta. Idem per il Liverpool. Quanto all’Arsenal, non è mai stato molto incline a dialogare col mondo delle TPO e ciò gli ha alienato la possibilità d’essere parte di quel salotto. E infine c’è stata la presenza brevissima del Monaco del miliardario russo Dimitri Rybolovlev; pronto a scalare frettolosamente le posizioni del potere economico del calcio europeo, ma presto stoppato dalle ridimensionate fortune del proprietario.

In questo quadro della situazione, i club che tuttora fanno parte del circolo ristretto guardano a una dimensione globale del calcio e degli affari. Dal loro punto di vista i campionati nazionali rischiano di essere una fastidiosa appendice. Soprattutto nel caso di un  torneo oggettivamente scarso di appeal e di valore tecnico qual è la Ligue 1. Per il PSG la prospettiva delle competizioni e dei mercati globali è quella naturale. La Champions League è la competizione di riferimento, e la Ligue 1 soltanto uno strumento per arrivarci. Che poi la squadra parigina non si dimostri all’altezza di vincerlo, quel campionato che considera provinciale, è un altro discorso. Per il club parigino il torneo nazionale rimane un fastidio del quale si libererebbe volentieri. E il giorno in cui verrà istituita la Superlega Europea (succederà, succederà…), i primi tappi di champagne voleranno proprio nella capitale francese.

Tutto ciò possiamo trovare dietro le parole di Ibrahimovic. Che sono radicate nella sensazione d’essere parte di una razza padrona del calcio europeo. Ergo, è già un atto di degnazione stare a giocare con “gli inferiori”. Figurarsi perderci, e in conseguenza di decisioni arbitrali discutibili. Soprattutto, c’è l’indiscutibile certezza che il Paris-Saint Germain non sia più un club francese, così come il Chelsea e i due Manchester non sono più club inglesi, e Barcellona e Real Madrid non sono più club spagnoli. Si tratta di brand globali, di grandi macchine per la produzione di uno spettacolo calcistico dai risvolti soprattutto finanziari. Attualmente, e in via forse transitoria, questi club si trovano ancora inseriti nei loro campionati nazionali. Ma presto o tardi prenderanno la loro strada, e senza rimpianti.

Tutto ciò hanno trasmesso le parole rabbiose di Ibrahimovic. L’idea secondo cui la Francia non meriti il PSG sancisce che per il PSG la Francia è uno spazio d’elezione del secolo scorso. Il secolo nuovi comanda un’altra geo-politica. E in attesa che questa si realizzi, la precedente è soltanto una gabbia.

@pippoevai