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    Pippo Russo: Santos e Doyen Sport, ecco i danni creati dai fondi d'investimento

    Pippo Russo: Santos e Doyen Sport, ecco i danni creati dai fondi d'investimento

    La battaglia sulle Third Party Ownership è aperta e si preannuncia durissima. Da una parte sono schierati i due più importanti attori politico-istitizionali del calcio mondiale, Fifa e Uefa, che hanno dichiarato guerra a TPO e fondi d’investimento vedendo nell'azione di questi strumenti una serie di minacce: che vanno dalla creazione di monopoli capaci di falsare la libera concorrenza sul mercato del lavoro dei calciatori all’eventualità che dietro taluni cartelli possano celarsi interessi poco trasparenti, e dal rischio che il singolo calciatore posto sotto il controllo di un investitore privato perda uno statuto di persona libera alle minacce per l’integrità delle competizioni. Dall’altra parte si agitano gli stessi attori economici che grazie alle TPO ingrassano e trovano alleati politicamente importanti nelle due leghe professionistiche dei paesi europei più inquinati dal fenomeno: Portogallo e Spagna.

    Dalle leghe presiedute da Luis Duque e Javier Tebas Medrano è partito ai primi di febbraio un ricorso depositato presso la Direzione Generale della Concorrenza della Commissione Europea. Oggetto del ricorso: la circolare della Fifa n. 4164 dello scorso 22 dicembre, cioè il documento che dal prossimo 1 maggio mette al bando le TPO dal calcio. Un documento che è un colpo mortale per chi specula sui diritti economici dei calciatori dedicandosi allegramente alla cartolarizzazione di esseri umani. E come conseguenza ecco l’azione delle due leghe iberiche, adottata attraverso l’utilizzo degli argomenti che guarda caso sono gli stessi del superagente globale Jorge Mendes, mai così loquace come in questi giorni. Quello appena delineato è il quadro delle forze contrapposte in una battaglia dal cui esito dipenderà il modello economico del calcio nel XXI secolo. E rispetto ai due schieramenti esistono consensi e dissensi, ma soprattutto un’enorme e diffusa inconsapevolezza rispetto alla posta in gioco. Un’inconsapevolezza di cui i propugnatori delle TPO, spacciate come “modello innovativo di finanziamento” per club calcistici sempre più pesantemente colpiti da una condizione di crisi economico-finanziaria, approfittano per farsi propaganda e confondere le idee. Per questo ritengo sia il caso di raccontare una storia che abbia valore di parabola sul tema dei rapporti fra club calcistici e investitori, e soprattutto sulle conseguenze che i primi possono scontare dopo aver accettato i denari dei secondi.

    La storia che vi racconto riguarda uno dei più importanti e gloriosi club brasiliani, il Santos, e il più potente fondo d'investimento globale che lucra sui diritti economici dei calciatori, Doyen Sport Investments. Le strade dei due soggetti si incrociano a dicembre del 2013, allorché il Santos acquista dall'Internacional Porto Alegre uno degli attaccanti più sopravvalutati del calcio contemporaneo: Leandro Damiao. Si tratta di un calciatore che gode di ottima stampa in Europa, e che in diverse occasioni è stato accostato a club italiani. In Brasile lo stimano un po' meno, anche perché fin qui non ha dimostrato granché. E per dare un'idea di quali siano il reale valore del calciatore e la stima che gli viene riservata in patria basta richiamare alla mente la formazione-tipo schierata dalla nazionale verdeoro durante gli ultimi mondiali. Al centro dell'attacco veniva allineato il penoso Fred, che a torto o a ragione è stato identificato dalla tifoseria brasiliana come il capro espiatorio della figuraccia mondiale casalinga. Alle spalle di Fred c'era l'osceno Jô, uno che forse il Chievo non scambierebbe con Pellissier. Ebbene, questi due fenomeni sono stati preferiti da Felipe Scolari a Leandro Damiao, che per i mondiali non è stato nemmeno convocato.

    Ma torniamo a dicembre del 2013 e al passaggio dell'attaccante al Santos. Il prezzo pagato per concludere la transazione fissa il nuovo record per ciò che riguarda un trasferimento interno al mercato brasiliano: 42 milioni di reais, corrispondenti a 13 milioni di euro. Cifra che per gli standard europei non è particolarmente rilevante, ma che se sborsata da un club brasiliano è esorbitante. Ma proprio qui sta il punto: di quei soldi nemmeno un real proviene dalle casse del Santos. L'acquisto di Leandro Damiao è infatti coperto interamente dai denari di Doyen Sport Investments, che in questo caso agisce come una società finanziaria pura prestando capitali. È ciò che emerge immediatamente quando alla stampa brasiliana vengono comunicati i dettagli dell'affare. In questo caso il fondo d'investimento non si è riservato una quota dei diritti economici sul calciatore. Rivuole indietro i soldi entro cinque anni, con gli interessi. A quale tasso? Qui salta fuori l'altro dettaglio sconvolgente dell'affare. Come dichiara l'allora presidente del club “Peixe”, Odilio Rodrigues, gli accordi con Doyen stabiliscono che qualora il Santos venda Damiao per una cifra superiore ai 42 milioni di reais (cosa improbabile in partenza), avrà diritto a una percentuale sulla plusvalenza realizzata. In caso contrario, il club dovrà restituire al termine dei cinque anni dell'accordo una cifra che si aggira sui 62 milioni di reais.

    Il che significa un tasso del 48%, quasi 10% all'anno per cinque anni. Pagamento in euro, a quanto risulta da alcuni articoli pubblicati da fonti brasiliane. Come si può definire un tasso d'interesse del genere? E come mai Odilio Rodrigues trascina il club dentro un affare finanziariamente insostenibile? Ma fin qui abbiamo raccontato solo la prima parte della storia. La seconda parte narra del mediocre curriculum cumulato da Leandro Damiao nella sua prima stagione al Santos. Il giocatore non si integra, segna solo 6 gol in 26 partite (due milioni di euro e rotti per ogni segnatura) e non entra mai nelle grazie della tifoseria.  A fine 2014 Doyen ne pilota la cessione in prestito al Cruzeiro, club che ha vinto le ultime due edizioni del Brasileirão. Al Santos rimane però il debito verso il fondo d'investimento. Un problema di difficile soluzione per il nuovo presidente, Modesto Roma Junior. Che per farvi fronte si trova costretto a dare in pegno anche i diritti televisivi del 2017, e al momento d'insediarsi scopre che poco prima di andarsene il suo predecessore ha già ceduto a Doyen quote dei diritti economici su tre dei giovani più promettenti: il 20% di Gabigol, il 25% di Geuvânio e il 30% di Gabriel Guedes.

    Un'operazione fatta per scalare parte del debito. Per chiarire questa situazione il neopresidente del Santos incontra a metà gennaio il CEO di Doyen Sport Investments, il portoghese Nelio Lucas. Fra i temi in agenda, la posizione di Lucas Lima. Che è controllato dal fondo d'investimento e preme per andarsene dal Santos. Nelio Lucas dichiara magnanimamente che lascerà al Santos la decisione su Lucas Lima. E a precisa domanda di Modesto Roma Junior risponde che Doyen è disponibile “a future partnership”. Come se fosse una concessione fatta al club tenuto al guinzaglio. Questa è la storia che avevo da raccontarvi a proposito dei rapporti che possono crearsi tra un club calcistico e un fondo d'investimento o terza parte. Una condizione di dipendenza economica e di perdita dell'autonomia gestionale. Tenetelo bene in mente quando sentirete dire che le TPO sono “una forma alternativa di finanziamento per operare sul calciomercato”. Meglio non fare per niente calciomercato, se l'alternativa è vedersi allacciare una bella cravatta regimental.


    P.S. Di recente è circolata la voce che alcuni club italiani sarebbero interessati a Geuvânio. Se mai un giorno questo calciatore dovesse arrivare in Italia, saprete a chi andrà parte dei soldi pagati per la transazione.


    Pippo Russo

    @pippoevai

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