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È stato il più forte giocatore di calcio della sua generazione, tra i più forti di tutti i tempi, quarto marcatore all-time, recentemente affiancato da Cristiano Ronaldo. Ferenc Puskás ha anticipato il calcio che sarebbe stato, contribuendo a far entrare la Nazionale ungherese nell'Olimpo del calcio. Puskás è anche tra i giocatori più forti di ogni epoca a non aver vinto il Campionato del Mondo, come accaduto a Di Stefano e Cruijff.

IL COLONNELLO IMBRONCIATO - È stata una vita intensa quella di Puskás, nato a Kispest, sobborgo di Budapest, con il cognome Purczeld: il padre, di origini tedesche, pensa bene di cambiare il cognome per non avere problemi, con un meno pericoloso Puskás. Il padre allena la squadra del Kispest, Ferenc gioca per strada con palloni di fortuna, ma ben presto entra nelle giovanili della squadra allenata dal padre. Ha già quell'aria imbronciata che lo accompagnerà in tutte le fotografie, tratto distintivo assieme al suo sinistro celestiale. A sedici anni Puskás fa il suo esordio in prima squadra nel Kispest, che poi nel 1949 prenderà la denominazione di Honvéd dopo che la società passa sotto il controllo del Ministero della Difesa. Ferenc Puskás fa carriera nell'esercito e diventa colonnello, ma più di ogni altra cosa con la squadra dell'esercito diventa un fuoriclasse di livello assoluto. Il suo sinistro non fa prigionieri. La Honvéd fa man bassa dei migliori giocatori magiari in circolazione e ben presto diventa un tutt'uno con la Nazionale, guidata da Sebes, una Nazionale destinata a scrivere un pezzo importante nella storia del calcio.

ARANYCSAPAT - Dalle macerie della II Guerra mondiale nasce una squadra invincibile, piena di talenti. L'Ungheria di Puskás e Kocsis, di Hidegkuti e Czibor tra il 1950 e il 1953 resta imbattuta per ben 32 partite consecutive, vincendo l'oro ai Giochi olimpici del 1952 e portandosi a casa la Coppa Internazionale nel 1953. Più in generale, l'Ungheria tra il 1950 e il 1956 perde una sola partita: la più importante. La Nazionale ungherese entra nel mito meritandosi l'appellativo di  Squadra d'Oro, tale è il suo blasone che l'Aranycsapat nel novembre del 1953 viene invitata a giocare un'amichevole nientemeno che dai maestri inglesi, nel tempio inviolato di Wembley. Era consuetudine che l'Inghilterra invitasse a giocare nel proprio “tempio” la Nazionale che avesse vinto un trofeo. Quel pomeriggio davanti ad oltre 100.000 spettatori l'Ungheria domina e sovrasta gli inglesi. Già in rete dopo neppure un minuto, alla mezzora del primo tempo è in vantaggio 4 a 1 e concluderà l'incontro vincendo 6-3: mai nessuno prima era riuscito a vincere a Wembley, l'Ungheria ci riesce umiliando l'Inghilterra! Per ribadire il concetto, alcuni mesi più tardi l'Ungheria, a casa sua, vince ancora più nettamente, seppellendo sotto ben 7 reti gli inglesi. Budapest ha omaggiato l'Aranycsapat nel 2013, in occasione del 60°anniversario della vittoria in casa dei maestri inglesi, con un murales che celebra quell'evento. Non vincerà mai la Coppa del Mondo l'Ungheria di  Puskás. Ci arriva ad un passo nel 1954, ma in finale perde 3 a 2 contro la Germania Ovest. La Squadra d'Oro inizia la sua parabola discendente, sino alla disintegrazione con l'ingresso dei carri armati sovietici a Budapest.
VIA DALLA RIVOLUZIONE - Puskás è il più forte tra i più forti. Gioca la sua ultima partita con la Nazionale a 29 anni, il 14 ottobre 1956, segnando una rete contro l'Austria: è la sua ultima partita in Nazionale, la numero 85, la rete è la numero 84. Numeri da brividi. Nel frattempo, però, la storia si prende tutta la scena. Il 23 ottobre iniziano le manifestazioni a Budapest e viene abbattuta la statua di Stalin. È l'inizio di un cambiamento, non sarà la fine sperata. I carri armati sovietici entrano nel territorio ungherese a soffocare la rivoluzione e nel resto d'Europa si sparge la voce che tra i caduti vi sia anche  Puskás e il resto dei calciatori della Honvéd. La realtà è diversa. La Honvéd si trovava già in viaggio – prima in autobus fino a Vienna, quindi in aereo alla volta di Bilbao – per l'impegno di Coppa dei Campioni del 21 ottobre. Contro l'Athletic di Bilbao la Honvéd, seppur immeritatamente stando alle cronache de La Gazzetta dello Sport, perde 3 a 2 con  Puskás – che non è morto! - che coglie una traversa dopo appena tre minuti e che segna il gol del 3 a 3 che viene però annullato dall'arbitro allo scadere. La settimana successiva a Bruxelles – per ovvie ragioni in campo neutro – si gioca il ritorno: il 3 a 3 non basta alla Honvéd per passare il turno. Il 10 novembre la rivoluzione è sedata e il nuovo governo ungherese ordina alla squadra della Honvéd di rientrare in patria, ma i giocatori si rifiutano. I giocatori vengono squalificati per un paio di anni dall'UEFA, la Honvèd sciolta d'imperio dallo Stato ungherese. Puskás e compagni dunque vengono squalificati per un paio di anni, si organizzano alcune amichevoli in giro per l'Europa per garantire il loro sostentamento. Puskás si accasa a Bordighera, raggiunto dalla moglie e dalla figlia che riescono a fuggire clandestinamente dall'Ungheria, e medita forse anche il ritiro. Alcune squadre su di lui fanno più di un pensiero: Inter, Juventus, Manchester United e Real Madrid accarezzano l'idea di ingaggiarlo. Alla fine chi davvero farà il passo decisivo incontrando il “sì” del magiaro è il Real Madrid di Santiago Bernabéu che nel 1958 inserisce l'ormai trentunenne Puskás in una squadra già da favola. Non sono pochi coloro i quali pensano che Puskás sia ormai alla fine della sua carriera, fuori forma, sovrappeso e senza partite importanti nelle gambe da un paio di anni. Si dovranno ricredere. 

ALLA CONQUISTA DELL'EUROPA - Puskás ci mette impegno, volontà, dedizione e concentrazione per tornare nel più breve tempo possibile il micidiale fromboliere che era stato prima della rivoluzione, prima della fine del primo tempo della sua carriera. Sì, perchè a Madrid inizia il secondo tempo di quella che è una carriera leggendaria. Al Real Madrid con Alfredo Di Stefano forma una coppia esplosiva, una delle migliori coppie d'attacco di tutti i tempi. In 8 stagioni con il Real Puskás segna 242 reti in 262 incontri disputati vincendo 4 volte il Pichichi, 6 campionati spagnoli e 3 Coppe dei Campioni. Leggendaria la finale di Coppa dei Campioni del 1959/60 quando davanti ai 135.000 dell'Hapden Park di Glasgow Puskás segna ben 4 delle 7 reti con le quali il Real Madrid batte l'Eintracht di Francoforte. Prima di chiudere la carriera ottiene la cittadinanza spagnola e con la Nazionale iberica partecipa al mondiale cileno, senza peraltro segnare mai una rete. Termina la sua immensa carriera dopo aver segnato ben 746 reti in 754 incontri, senza contare quelle realizzate con le Nazionali giovanili e altre amichevoli non ufficiali. Appese le scarpette al chiodo inizia una carriera da allenatore che dalla Spagna lo porta ad allenare in giro per il mondo, sino al ritorno a casa, sulla panchina della “sua” Ungheria nel 1993, una volta caduto il regime comunista. Gli ultimi anni della sua vita Puskás li lottando contro l'Alzheimer, malattia che costringe la sua famiglia a vendere tutti i suoi trofei per pagare le cure. Muore per polmonite il 17 novembre del 2006 in una casa di cura di Budapest, la città che già dal 2002 aveva rinominato il Népstadion con il suo nome.
 
 (Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)