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Avrebbe cento anni. Se ne andò che ne aveva quarantuno. Ma l’Airone non ha mai chiuso le ali. Continua a volare, alto nel cielo, per poi di tanto in tanto scendere in discesa planare e affiancare chi lungo le strade pedala per passione tentando vanamente di imitarne lo stile. Qualcuno può vederlo e magari anche parlargli. Per farlo occorre credere negli angeli e anche nel diavolo.

Quel diavolo che Gianni Brera gli mise accanto nelle pagine di un libro memorabile che tutti dovrebbero leggere ancora adesso per conoscere e per capire chi mai fosse Fausto Coppi. Le sue fatiche, le sue gioie, le sue tribolazioni di campione e di uomo. I suoi silenzi, soprattutto, mortificati dal chiasso del pettegolezzo e dalla mortificazione che il mondo dei perbenisti farisaici destinavano a chi osava innamorarsi dell’amore e quindi di una donna che era già di un altro uomo. Era appunto il diavolo che fabbricava quelle pentole senza il coperchio e dalle quali lui ogni volta riusciva ad uscire per volare via con le ali dell’airone.

Cento anni dopo continua ed esserci, Fausto. E’ dentro ciascuno di noi. Icona appesa nella memoria di chi ebbe la fortuna di incontrarlo e figura da leggenda in coloro che lo hanno soltanto conosciuto attraverso le parole e i racconti degli altri. Magari anche ascoltando la bellissima canzone che Gino Paoli scrisse per lui e per la sua leggenda. Personalmente io tra le tante cose che ho visto posso dire con orgoglio di aver visto anche lui. Fausto Coppi, il campionissimo. Non solo. Mi ha tenuto in braccio. Un istante che venne immortalato da un fotografo dilettante nell’aia di una cascina di un paese della Lucchesia chiamato Marginone. Conservo quella foto, mai ingiallita miracolosamente, come una reliquia.

Avevo due anni. Ero in vacanza in campagna dai nonni, Virginia e Italo. Lui era stato un corridore abbastanza bravo e che avrebbe anche potuto sfondare se non gli fossero piaciute troppo le donne. La passione gli era rimasta. Quel giorno il Giro arrivava a Montecatini. Pochi chilometri da casa. Nonno Italo in compagnia della mia mamma Anna andarono fin sotto il traguardo. Arrivò primo Petrucci, toscano e amico del nonno. A fine corsa il vincitore e Fausto Coppi stavano rientrando a piedi in albergo. Mia mamma li avvicinò. Li invitò entrambi a fare merenda a Marginone, nell’aia della nostra fattoria. Campioni ma gente semplice. Un buon bicchiere di vino non si rifiuta mai insieme con il pane e il salame. 

Vennero. Li precedette una staffetta di tifosi. Che annunciarono in paese il loro arrivo. Quando arrivarono, insieme con i miei, l’intera popolazione del Marginone era nell’aia ad aspettarli. C’era anche la banda. Fu una festa grande davvero. Ogni tanto vado riprendere quella fotografia che sta nel cofanetto dei ricordi. Quel bimbo in braccio a Coppi, con a fianco la mia mamma Anna, sono proprio io. Eravamo così felici. Il diavolo quel giorno non si era presentato anche perché monsignore aveva fatto suonare le campane.