Dire che tutto sia sempre andato bene, dirlo ora, sarebbe facile. E sbagliato. Ieri sera Max Allegri ha vissuto la serata perfetta, tutte le sue intuizioni sono state premiate, un capolavoro tattico e motivazionale. La terza rimonta tentata è quella riuscita, il fatto che ci fosse Cristiano Ronaldo è tutt'altro che un dettaglio. Ma Allegri ha avuto coraggio, quello stesso coraggio che spesso aveva lasciato spazio alla prudenza in altre occasioni, proprio sul più bello. È anche questo che la Juve gli chiedeva, come società e come spogliatoio: guardare avanti, mai più indietro. L'intelligenza e la bravura del tecnico bianconero sono (anche) tutte qui. Anche perché questa volta la Juve ha gli uomini per farlo: quando la scossa arriva dagli outsider, il merito è di tutti. Di Allegri un po' di più, così come sarebbe stata colpa di tutti l'eliminazione e un po' di più dell'allenatore. È così, funziona così. Ora tutto sembra cambiato, anche negli equilibri interni e progettuali. Ma l'impresa di ieri sera è iniziata in realtà prima: forse non subito dopo la partita del Wanda Metropolitano, piuttosto dall'ormai cena più chiacchierata del calcio italiano negli ultimi giorni. 

I RETROSCENA - Il confronto diretto tra Andrea Agnelli e Allegri non è arrivato in un momento casuale. Il ko di Madrid aveva lasciato un segno profondo: al netto delle dichiarazioni di sorta, un'eliminazione già agli ottavi e maturata dopo una tale debacle avrebbe condizionato un progetto che fin dalla sua nascita viveva al limite in termini tecnici ed economici dopo l'all in su Ronaldo e le mancate cessioni di tutti gli altri big (Higuain a parte). Dopo cinque anni di dominio in Italia e di crescita ma anche cocenti beffe in Europa, il momento del cambio di guardia sembrava arrivato: c'era Zinedine Zidane nei pensieri della Juve di Agnelli, c'era (anche) Max Allegri nei pensieri del Real Madrid per uscire dalla crisi. Ma il ritorno di fiamma tra Florentino Perez e Zizou ha spazzato via tutti questi castelli, reali ma di sabbia e in zona Continassa questa notizia è naturalmente giunta ben prima dell'annuncio 'shock' di lunedì pomeriggio. E Zidane restava forse l'unica opzione in grado di convincere Agnelli a mandare via Allegri, nonostante il francese non convincesse la coppia Paratici-Nedved alla ricerca di un uomo “più di campo”: le alternative, da Antonio Conte in poi, non convincevano e non convincono del tutto il presidente bianconero, pronto a valutare profili da lanciare o rilanciare solo nel caso si fosse ritrovato costretto. In estrema sintesi, senza Zidane e con Guardiola ancora lontano dal ritenere conclusa la propria esperienza al City, ecco che Agnelli avrebbe accettato di cambiare solo nel caso in cui fosse stato Allegri a decidere di andare via: mandare via un allenatore da cinque scudetti di fila (e non solo) per un profilo attualmente ritenuto inferiore non avrebbe alcun senso, diverso sarebbe stato e sarebbe se da qui alla fine della stagione fosse Allegri a capire di aver concluso il proprio ciclo in bianconero. Agnelli non lo manda via dunque, valuterebbe il rinnovo, però chiede coraggio e una mentalità di chi guarda sempre avanti anche in campo. E Allegri? Sfumato il Real sul piatto c'è una ricca offerta dalla Premier, che non lo convince fino in fondo. Piuttosto sembrava poter prendere in considerazione l'ipotesi di un anno sabbatico ma le tensioni e le critiche post Madrid ancor più che l'adrenalina dell'impresa compiuta si sono trasformate subito in rabbia e voglia di continuare a vincere. Al tecnico ora spetta la prossima mossa, ma arriverà solo a fine stagione. Nel frattempo prosegue il casting, tra attori tornati ad essere alternative e non prime scelte, per quelle c'erano solo tre nomi: Zidane, Guardiola. E Allegri.