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Non si dimette, recrimina, esce gridando al complotto.

Pensando a quello che scriveranno su di lui oggi i tabloid inglesi verrebbe quasi voglia, se non di assolverlo, di trovare delle attenuanti per come ha condotto questa infelice spedizione sudafricana fino all'umiliazione con la Germania. Ma quando a partita finita 1-4, infantilmente recrimina sul gol fantasma negato che avrebbe consentito un momentaneo e improvvisato pareggio prima che la lezione tedesca riprendesse, allora non resta che rimettersi all'inclemenza della corte. Condanna sia. E con Capello sia condannata un'incapacità italiana di farsi da leadership, che scambia l'arroganza per forza, che urla per nascondere il vuoto d'idee, che tramette a chi la segue insicurezza e rivela, alla fine una consapevolezza intima del proprio limite e della  mancanza di legittimazione. E che, smascherata, grida all'ingiustizia e al complotto.