16
Come il Semola che diventa Re Artù ne «La spada nella roccia», Ole Gunnar Solskjaer doveva riuscire ad estrarre la spada nell’unico posto al mondo dove era giusto che lo facesse: alla guida del Manchester United. Stimato da molti, ma più di tutti da colui che a Old Trafford conta di più - Alex Ferguson - Solskjaer ha preso il posto di Mourinho e ha rovesciato la squadra come un calzino. Fin qui ha sempre e solo vinto, l’ultima volta in casa del Tottenham. Sei successi consecutivi, eguagliato così il record (5 partite in campionato) del mitico Sir Matt Busby e anzi superato se si considera anche la vittoria di Coppa sul Reading. Solskjaer a febbraio compie 46 anni, quindi non è un enfant prodige delle panchine. Tutt’altro. Allena dal 2011 e nella sua bacheca ci sono 2 campionati norvegesi (2011 e 2012) e una Coppa di Norvegia (2013), ottenuti quando allenava il Molde in patria. Ha allenato anche il Cardiff in Premier cinque anni fa, ma ha perso 14 partite su 25, più della metà di quelle disputate. Insomma: risultati non esattamente esaltanti.

Finché non è «tornato a casa», Old Trafford. Ha sistemato la difesa (terza partita consecutiva senza prendere gol), ha acceso la scintilla all’attacco (il Manchester Utd viaggia con una media di 3 gol a partita), ha rigenerato il giovane talento Rashford e soprattutto ha fatto uscire dalla bolla Pogba, che con lui (e libero dal giogo di Mourinho) è tornato a livelli di eccellenza. Da calciatore Ole aveva un soprannome che la dice lunga, lo chiamavano «The Baby Faced Assassin», l’Assassino con la faccia da ragazzo, perché quella teneva in dotazione e perché i suoi colpi erano davvero letali. Come quando mise la sua firma su una delle più straordinarie finali di Champions, quella giocata al Camp Nou di Barcellona tra Bayern e Manchester Utd il 26 maggio del 1999. Fu quello - in un ribaltone divenuto storico da 0-1 a 2-1 per il Manchester a pochi attimi dalla fine - il gol più importante dei suoi 126 realizzati nei 12 anni di militanza nei Red Devils (persino più importante dei 4 segnati in soli 12 minuti in un memorabile pomeriggio contro il Nottingham Forest), con cui ha vinto 17 titoli, tra cui 7 campionati e 2 Champions.

Zavorrato da cotanta gloria passata, la sua convocazione sulla panchina dello Utd sembrava più che altro una mossa di una società che voleva serenità nel dopo-Mourinho. E invece si sta rivelando la più azzeccata delle scelte. Per ora Solskjaer è manager ad interim, anche se i tifosi dello Utd hanno rispolverato l’antico coro che gli dedicavano quando giocava: «You are my Solskjaer, My Ole Solskjaer, You make me happy, When skies are grey!». Quando il cielo si fa grigio - come nella canzone - Solskjaer vede e provvede. I numeri giocano dalla sua parte. «The Baby Faced Assassin» sta cavalcando l’onda del successo e sta scalando la classifica come nessuno avrebbe mai immaginato. Potenza dell’amore ritrovato, che talvolta è la password per accedere al mondo dei sogni. Solskjaer sulla scia di Ferguson, il suo padre putativo. Solskjaer che le vince tutte. Solskjaer che si comporta come quando giocava. Spesso cominciava le partite in panchina, poi entrava in campo e risolveva la questione. E’ cambiato tutto, lui è rimasto lo stesso. «The Baby Faced Assassin», o il Semola che diventa Re Artù, decidete voi.