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Vi ricordate le occhiate di Ibrahimovic piene di rabbia e delusione rivolte ai suoi compagni di sventura nell’ultima partita contro il Genoa? Non nuove per la verità, perché lui vorrebbe sempre la perfezione, mai però così ripetute per la pessima prova della squadra, guarda caso pochi giorni dopo il clamoroso licenziamento di Boban. Pioli, confermando di essere un gran signore con lo stile del suo vecchio capitano nella Juventus, Scirea, ha allontanato qualsiasi alibi per giustificare il grave passo falso della squadra. Ma è chiaro che qualcosa si è rotto a Milanello e dintorni, come era chiaro guardando la tribuna vuota dove oltre al pubblico mancavano per la prima volta Boban, Maldini e Massara, il tridente responsabile dell’area tecnica.

A questo punto, quindi, è del tutto inutile circondare di punti interrogativi il futuro di Ibrahimovic, perché a fine stagione lo svedese saluterà la compagnia e darò l’addio al calcio. Ci sono, infatti, tre motivi che spiegano la sua decisione, da ufficializzare quando il campionato prima o poi si concluderà.

La prima ragione è legata alla scarsa qualità della squadra, perché Ibrahimovic sapeva di trovare compagni che ai tempi del suo ultimo scudetto sarebbero stati al massimo in panchina, con l’unica eccezione di Donnarumma. Soltanto quando si è trovato in campo con loro si è però reso conto che i limiti non erano soltanto di personalità, a cominciare dal capitano Romagnoli, ma anche tecnici perché gli ultimo errori di Kessie e Conti sono inammissibili in una squadra che vuole puntare almeno al quarto posto.

Eppure Ibrahimovic avrebbe accettato di rimanere per amore del Milan e per orgoglio personale se la società gli avesse garantito, in generale rinforzi adeguati, e in particolare il rinnovo della fiducia, cioè un nuovo contratto per la prossima stagione. Proprio il silenzio su questo argomento, malgrado la scossa che ha saputo dare alla squadra, è il secondo motivo che ha convinto Ibrahimovic di essere non soltanto finito in una squadra modesta, ma soprattutto di essere alle dipendenze di una società ancora più modesta, con un fondo proprietario che si è affidato a dirigenti inesperti e con un presidente inutile interessato soltanto al business dello stadio. Se fosse dipeso da Gazidis, infatti, Ibrahimovic non sarebbe mai arrivato, come non era arrivato la stagione scorsa quando lo avrebbe voluto Gattuso.
E qui siamo al terzo e ancora più importante motivo, perché Ibrahimovic è arrivato soltanto grazie all’insistente corteggiamento di Maldini e ancor più di Boban. Ma siccome Boban è ormai fuori dal Milan e Maldini lo sarà a fine stagione, lo svedese ha capito che non potrà rimanere senza di loro, per una questione di lealtà personale e di disagio professionale. A nulla è servito infatti il primo discorso alla squadra di Gazidis. Anche in quel caso sono bastate le occhiate dello svedese, per prendere polemicamente le distanze dal gelido Gazidis, con il quale ci sarebbe stato poi un duro scambio verbale, antipasto di nuove e ancor più gravi turbolenze.

Conoscendo Ibrahimovic, che nella sua carriera ha sempre mandato a quel paese dirigenti, compagni e giornalisti, e ha sorpreso chi non lo conosceva quando si è sfogato nello spogliatoio dopo il derby perso in quel modo, non escludiamo che possano volare altre parole grosse da parte sua, anche per difendere Boban, nei confronti dell’a.d. sudafricano, che dopo essere stato sempre in disparte ora non potrà più nascondersi.

Del resto, prima ancora dei suoi sguardi che non promettevano nulla di buono in campo, Ibrahimovic era stato fin troppo chiaro quel suo sintetico messaggio “Senza passione non si fa nulla”. E come potrebbe uno come lui ritrovare la passione in un Milan “deitalianizzato”, con un allenatore manager tedesco e un dirigente sudafricano che ha già fatto scappare grandi milanisti come Gattuso, Maldini e soprattutto Boban? Impossibile appunto. Come il sogno di riportare la squadra rossonera in Europa.