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L'ambizione di regolare, la costrizione a negoziare. Nei giorni in cui il Fair Play Finanziario dell'Uefa sta sotto la tenda d'ossigeno, ma viene tenuto in vita per far credere che sia ancora un'entità in salute, bisogna tornare ai vizi d'origine per capire dove stesse il baco. E il baco sta in quella strana alternanza tra bastone e carota che sa di mancanza di risolutezza. Le distinte versioni del regolamento sul Fair Play Finanziario (FFP) stilate dall'Uefa a partire dal 2012 con un'acribia degna di miglior causa comunicano questa sensazione. E la sensazione è che quest'architettura nascesse fragile, con gli anni contati e la certezza che al primo caso in cui servisse dimostrare peso politico e non soltanto di applicare le regole, le crepe sarebbero venute in bella mostra.

Sicché adesso suscita tenerezza guardare l'immagine di copertina dell'edizione 2018, la terza nella versione integrale dopo quelle del 2012 e del 2015. Quell'immagine ritrae Romelu Lukaku in tutta la sua potenza, mostrata con un colpo di testa vibrato sotto gli occhi di un avversario che si affanna a contrastarlo. In quella foto Lukaku indossa la maglia del Manchester United. E la traiettoria di carriera segnata dall'attaccante belga, rispetto al momento immortalato in quella foto, è emblematica di come il FFP sia cambiato durante questo lasso di tempo. Un cambiamento che soltanto in parte è motivato dal devastante impatto del Covid. Più corretto dire che, nato come uno strumento per governare una ben precisa linea di trasformazione dell'economia politica del calcio, esso si sia ridotto a adattarsi a trasformazioni che andavano in direzione diversa. Certamente non in linea con quella tracciata nei giorni in cui Michel Platini e il suo fido segretario generale Gianni Infantino pensavano di rinchiudere gli animal spirits del turbo-capitalismo calcistico.

MY FAIR VALUE – Fa un effetto straniante rileggere oggi le 116 pagine di quel documento. Specie dopo essere venuti a conoscenza delle anticipazioni offerte dal quotidiano londinese Times a proposito dell'introduzione del salary cap e di una luxury tax da imporre ai club che lo violassero. Questo meccanismo sostituirebbe il FFP e imporrebbe ai club di non spendere in salari una cifra che andasse oltre una certa percentuale dei ricavi. Percentuale che nell'articolo del quotidiano inglese viene indicata nel 70%. I proventi della luxury tax verrebbero redistribuiti al resto del movimento, ciò che nel disegno dell'Uefa determinerebbe un effetto equilibratore. Si tratta di un'indiscrezione che per il momento non viene confermata né smentita, ma che serve a dare idea di quanto il sistema del FFP sia prossimo al capolinea.

Giunto a questo esito perché incapace di dare sostanza a principi sacrosanti, come quello di impedire che i club più forti tecnicamente lo diventino sempre di più grazie alla propria capacità di spendere in deficit e poi ripianare con iniezioni di capitale a fondo perduto da parte degli azionisti di riferimento. Il vecchio principio stabiliva che i club dovessero raggiungere il pareggio di bilancio, con un margine di deficit aggregato che non oltrepassasse i 30 milioni di euro da conteggiarsi lungo un arco di tre esercizi annuali di bilancio. E quanto alla prospettiva di ripianare il debito, veniva messo su carta che gli azionisti e le “related parties” potessero iniettare denaro per riaggiustare i conti ma a patto di mantenersi entro un perimetro di “fair value”. Concetto che introduce un altro criterio di fairness ma risulta alquanto sfuggente.
L'ANTICAMERA DEL SUQ – Ma quanto deve essere “fair” il “fair value”? Risposta insoluta, tanto più che ci si trova innanzi a un concetto molto difficile da rendere oggettivo anche al di fuori dell'economia politica del calcio. I criteri di contabilità internazionale usano ogni cautela possibile nel dargli degli standard. L'Uefa, attraverso il regolamento sul FFP, ci prova ma in modo alquanto pasticciato. Lo si individua nel vasto Allegato X che tenta di dare sostanza alle regole sul pareggio di bilancio. Lì si legge che il fair value è “il corrispettivo al quale un attivo potrebbe essere scambiato, o una passività potrebbe essere estinta, tra parti consapevoli e disponibili a concludere una transazione a condizioni di mercato. Una transazione viene considerata non a condizioni di mercato se stipulata a condizioni particolarmente favorevoli per una parte, condizioni non raggiungibili se non fosse stata coinvolta una parte correlata”. Si tratta di una formulazione molto sofferta, che poco chiarisce nonostante faccia intravedere un problema ben individuabile: quello delle sponsorizzazioni gonfiate, uno degli artifici maggiormente utilizzati per ripianare i deficit dei club più ricchi.

E altrettanto composito è il meccanismo congegnato per fronteggiare le sospette violazioni. Viene infatti affidata una stima a una terza parte indipendente, che può essere indicata anche dal club sotto investigazione e definirà quello che a suo giudizio deve essere ritenuto valore equo. E da lì vengono aperte le porte del suq, con l'Uefa e il club sotto ispezione che negoziano la sanzione da applicarsi per la violazione delle regole sul pareggio di bilancio e i tentativi di maquillage fatti anche con sponsorizzazioni gonfiate. Lo abbiamo appreso da casi come quelli che in passato hanno riguardato il Paris Saint Germain e il Manchester City. Casi che adesso si apprestano a appartenere alla storia. Ma che meritano di essere passati in rassegna nei prossimi giorni, per mostrare dove si sia inceppato il meccanismo di passaggio dal piano dei principi alla realtà concreta.
(1. continua)

@pippoevai