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Come sottolineato dalla FAO nel report del 2019 "The Taste and Food of Agricolture", non solo la fame nel mondo è un fenomeno in costante crescita, ma ad essa si aggiunge un dato altrettanto allarmante sul fronte opposto: circa due terzi del cibo prodotto nel mondo viene sprecato o comunque non incontra un utilizzatore finale. Combattere lo spreco alimentare e le sue conseguenze dovrebbe diventare una priorità economica, ecologica e sociale per la politica, le istituzioni, le amministrazioni locali, le imprese e la società civile. Produrre cibo che non viene utilizzato comporta l’emissione di oltre 4 milioni di tonnellate di CO2 e l’utilizzo di più di 1,2 miliardi di metri cubi di acqua. 

L’introduzione di incentivi per promuovere forme di produzione ecologica, diffusione dell’educazione alimentare e il sostegno a canali di mercato alternativi ora sono delle misure urgenti che richiedono anche azioni radicali da parte dei Governi nazionali e locali. Nella maggior parte dei paesi sviluppati come l’Italia e altri paesi dell’UE, la ristrutturazione dei sistemi alimentari deriva inevitabilmente dal riconoscimento di un equo valore socio-culturale ed economico del cibo. La crescente modernizzazione della società ha portato le persone ad assumere una mentalità eccessivamente consumistica, portandole a spendere sempre di più; inoltre, ciò che influenza la questione dello spreco alimentare sono i numerosi passaggi dal produttore al consumatore nelle catene di montaggio dei cibi industriali. A fronte di miliardi di tonnellate di cibo gettato nella spazzatura, vi è un miliardo di persone al mondo che non ha accesso alle risorse alimentari. Quest’ultimo è sicuramente un dato allarmante: dovrebbe responsabilizzare e incentivare le persone a prestare maggiore attenzione alle scelte fatte e alle conseguenze che ne derivano.

L’Unione Europea e i suoi Stati membri sono impegnati, attraverso gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, a dimezzare gli sprechi alimentari pro capite a livello di commercio al dettaglio entro il 2030 e a ridurre le perdite alimentari lungo le catene di produzione e di approvvigionamento. Alla luce della pandemia di Covid-19, la maggior parte degli stati membri ha segnalato di aver integrato la gerarchia di gestione dei rifiuti (prevenzione, riutilizzo, riciclaggio, recupero) nelle rispettive misure legislative nazionali.
Una idea innovativa proviene da tre giovani piemontesi: Franco Dipietro, un regista, Enzo Ponza e Fabio Ferrua, due mastri birrai che con la loro attività stanno ridando una nuova vita a un piccolo paesino, Melle, con poco più di trecento abitanti. È nato un progetto di economia circolare contro lo spreco alimentare: la Biova Beer. I tre ragazzi hanno individuato due panettieri di montagna, uno della Val Varaita e l’altro della Val Maria che producevano un pane cotto nel forno a legna. Hanno raccolto l’invenduto che restava sugli scaffali alla fine della giornata e l’hanno trasformato in un ingrediente per la birra. Una birra artigianale con soli tre ingredienti: malto, acqua e lievito. Un prodotto gastronomico di qualità, con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare e sensibilizzare le persone in merito a questo tema così importante al giorno d’oggi. 

Biova Beer è molto più di una birra, è un movimento diffuso e attivo che sta partecipando a un cambiamento collettivo: ad oggi il progetto è attivo sul territorio piemontese, lombardo e ligure. Tutti possiamo agire e fare qualcosa e questo è sicuramente un inizio che sta coinvolgendo tantissime persone. Fare la birra avendo lo scopo non solo del ritorno economico ma soprattutto dei benefit ambientali e sociali: questo è il modello del Biova Project.