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Il ct dell'Ungheria Marco Rossi - italiano, italianissimo - è un personaggio senza filtri, pareggia contro la Francia all'Europeo e nella conferenza post partita non trattiene le lacrime dalla commozione: "Sono emozioni difficili da raccontare, nel momento in cui si vivono ci si rende conto di tante cose - racconta nella nostra intervista - Penso al fatto di poter giocare un Europeo insieme al top del calcio mondiale, in un contesto in cui non si rappresenta un club ma un intero Paese. Io sento allo stesso tempo orgoglio e responsabilità di rappresentare l'Ungheria, una nazionale protagonista nella storia di questo sport".

IL MIRACOLO SFIORATO - Vero e sincero, ha sfiorato il miracolo conquistando due punti nel girone con Francia, Germania e Portogallo. L'Ungheria è andata a casa, ma che soddisfazione quei due pareggi contro la squadra di Deschamps (1-1) e Low (2-2). E pensare che anni fa stava per lasciare il calcio per mettersi dietro una scrivania a fare il commercialista, poi una cena gli cambiò la vita.

E' stato più difficile preparare la gara con la Francia o con la Germania?
"La prima, perché venivamo da un brutto ko per 0-3 contro il Portogallo. E' stato pesante da digerire, soprattutto dal punto di vista psicologico. Sotto l'aspetto tattico, invece, rappresentavano le stesse difficoltà. Diciamo che abbiamo fatto due piccole imprese".

Cosa si porta via da questo Europeo?
"La consapevolezza e l'orgoglio di aver fatto un buon Europeo, ma anche il rammarico di aver sfiorato un'impresa storica".

Per un attimo ha pensato di qualificarsi?
"Prima di scendere in campo no, ma nel momento in cui la Germania ha pareggiato e subito dopo siamo ripassati in vantaggio noi avevo pensato che potevamo farcela, anche perché mancava poco alla fine".

Com'è stato il ritorno in Ungheria?
"In aeroporto e alla sede del ritiro non c'era nessuno ad accoglierci, ma la soddisfazione dei nostri tifosi si è percepita. Sono fieri della loro nazionale, e questo è un aspetto che dobbiamo preservare per il futuro".

Quest'Europeo è la svolta della sua carriera?
"Per la prima volta nella mia vita sto avendo una popolarità mediatica mai vissuta prima. La prendo come un qualcosa di passeggero, come i fuochi di Ferragosto: così come è iniziata penso che terminerà con la fine dell'Europeo, o magari anche prima. Rispetto a prima però adesso qualcuno in più mi conosce, magari arrivano proposte interessanti".

Le è già arrivata qualche offerta?
"Qualcosa sì. Una importantissima dal punto di vista economico mi è arrivata da una nazionale, poi ci sono stati un paio di pourparler con due club di un campionato top in Europa che volevano capire la mia disponibilità. La mia volontà però è quella di rimanere ct dell'Ungheria per cercare di qualificarci al Mondiale 2022 in Qatar. E' il sogno mio e di Cosimo Inguscio, unico italiano dello staff che lavora con me dai tempi dell'Honved; da 9 anni stiamo tutti i giorni insieme".

Quant'è pesata l'assenza di Szoboszlai?
"Molto, perché lui è il giocatore più talentuoso della squadra. Inoltre a centrocampo abbiamo dovuto rinunciare anche al suo sostituto naturale che è Zsolt Kalmár del DAC. A centrocampo abbiamo dovuto fare delle scelte obbligate che ci hanno condizionato in tutte e tre le gare, ma chi ha giocato ha fatto un ottimo lavoro". 

Qual è il giocatore al quale non rinuncerebbe mai?
"Il più importante è il capitano, Adam Szalai, un centravanti fisico. Per diverse ragioni: dal punto di vista tattico perché quando non riusciamo a giocare palla a terra lanciamo lungo su di lui; e sotto l'aspetto del gruppo è importante per la sua leadership che nessun'altro ha come lui".

In una vecchia intervista disse che in Italia le avevano chiesto soldi per allenare in Serie C.
"E' vero! Tra l'altro mi è successo in un momento difficile della mia carriera: ero fermo da un po' dopo l'esonero dalla Cavese, nel giro di un anno e qualcosa mi sono arrivate tre telefonate da personaggi diversi che si spacciavano per emissari di club e mi offrivano la panchina in cambio di un anticipo che mi sarebbe stato restituito mese per mese".

E lei come ha reagito?
"In quel momento avevo capito che non potevamo essere quelli i presupposti per il mio lavoro. Stavo per lasciare il calcio per andare a fare il commercialista nello studio di mio fratello. Ero convinto, avevo già deciso di fare un corso di formazione".
Poi è arrivata la chiamata dell'Honved in Ungheria.
"E' stata una casualità. Ero andato a trovare un amico che aveva un ristorante a Budapest, durante la cena lui e mia moglie mi dissero di chiamare il dirigente dell'Honved per propormi; è una cosa che non ho mai fatto, quella volta mi convinsero. Lui venne al ristorante, parlammo e ci mettemmo d'accordo".

Come arrivò sulla panchina della nazionale?
"Dopo aver vinto il campionato con l'Honved ritenni che non ci fosse più la possibilità di competere con le big per via del budget troppo basso, così andai a lavorare un anno in Slovacchia nel DAC raggiungendo il terzo posto in classifica, miglior risultato nella storia del club; e poi mi chiamò la Federazione ungherese".

E se dovessero richiamarla per tornare ad allenare in Italia?
"Non ci penserei una, ma dieci volte. Sarei visto come una scommessa con il rischio di bruciarmi in due mesi tutto il lavoro fatto in questi anni. In Italia purtroppo c'è poca pazienza e si ha troppa facilità mandare via gli allenatori. Se dovessero chiamare club inglesi o tedeschi, invece, sarebbe un discorso diverso".

In Italia è più complicato emergere?
"Io mi rendo conto che ci sono tanti allenatori bravi, ma anche tanti meno bravi. A me non è mai stata data l'opportunità di lavorare a buon livello con squadra attrezzate per competere per gli obiettivi fissati. E nel nostro Paese l'opportunità bisogna cercarsela attraverso le relazioni: io con il tempo me le ero anche costruite, ma sono stato sempre poco capace a tenerle. Se fossi stato più scaltro forse avrei avuto più possibilità".

Chi è il suo modello d'allenatore?
"Ce ne sono tanti che mi piacciono, è difficile sceglierne uno solo. In generale mi sono applicato molto nel cercare di capire la filosofia di Klopp oltre a quella di Guardiola, che ho studiato in passato. Ma gli allenatori che ammiro di più e che mi hanno dato tanto nella mia formazione sono stati Bielsa e Lucescu, che ho avuto entrambi quando ero giocatore".

Secondo lei chi vincerà l'Europeo?
"Pensavo la Francia, ma nelle previsioni ci prendo sempre poco. Per come sta andando però credo che l'Europeo potrebbe essere vinto da una sorpresa. Penso all'Inghilterra per esempio, che ha un grande potenziale ma che nelle manifestazioni importanti è sempre stata eliminata".

E l'Italia dove può arrivare?
"Se supera il Belgio sarà una delle pretendenti alla vittoria. E' una squadra senza leader ma con tantissimi giocatori di livello che insieme formano un grande gruppo".

A metà degli Anni '90 è stato compagno di squadra di Mancini nella Sampdoria, vi siete sentiti in questi giorni?
"Roberto mi ha scritto per farmi l'in bocca al lupo prima dell'Europeo, poi ho sentito Evani che si è complimentato per quello che abbiamo fatto con l'Ungheria".

E lei scriverà a loro prima della partita con il Belgio?
"No, non li disturbo. Già io sentivo una grande pressione tra una partita e l'altra, immagino loro che rappresentano l'Italia e quindi sono quasi obbligati a vincere. Li lascerò in pace, non voglio risultare invadente".

Ha mai pensato alla possibilità di affrontare gli Azzurri all'Europeo?
"Ho la sensazione che succederà nella prossima Nations League. Mi piacerebbe giocare contro l'Italia per sentire l'inno di Mameli dal vivo".

@francGuerrieri