66
Roberto Baggio, che compie oggi 54 anni, è stato un giocatore anomalo, per molti versi mitico. Andavi in giro  per il mondo e quando dicevi “italiano” ti rispondevano: Baggio. Prima di lui c’era stato Pablito, subito dopo il Mondiale ’82, a rappresentare il nostro passaporto. Ma Rossi aveva vinto molto di più.

A pensarci bene, Baggio non ha vinto molto, ha avuto una sola, relativa, patria affettiva (la Fiorentina), molte bandiere, infortuni da far accapponare la pelle e un finale di carriera disperso anche in qualche rivolo d’incomprensione. Rispetto a Totti e Del Piero, ha ricevuto meno affetto, senza il cemento del tifo e dell’appartenenza, che ingigantiscono, ingessano e conservano.

E’ stato, perciò, un giocatore di tutti, affidato soprattutto all’estetica, per altro mai fine a se stessa, dettata da un’ispirazione calcistica squisitamente musicale, connotata più su toni e ritmi, piuttosto che sulla forza o sull’agilità. Pur senza Mondiali, è riuscito a diventare il giocatore italiano di tutti gli italiani e di gran parte degli abitanti del pianeta, andando a dimorare in una dimensione universalistica che ha trasceso i confini, ma anche il tempo.

Già: la sua uscita di scena non ha affievolito la sua essenza, piuttosto l’ha rafforzata e lo ha reso un calciatore, anzi un ex calciatore, completamente diverso dagli altri presenti nelle televisioni, negli assetti del calcio, nelle cronache (relativissime) di programmi transeunti o in cinguettii  più o meno petulanti.
E’stata la sua assenza dal palcoscenico e dall’attivismo a relegarlo in una specie di tabernacolo, che, appunto non lo consuma, né lo sbiadisce. La volontà di non volersi riconfermare né nell’apparenza, né in certa sostanza (il business) lo rende mitologicamente disinteressato, affidando la sua vita a una dimensione umbratile che lo illumina come se le sue scelte fossero state dettate da un percorso interiore più che dalle tentazioni delle occasioni.

Non è procuratore, opinionista, attore, scout, blogghista, ristoratore. Non fa pubblicità, né è protagonista di bulimiche narrazioni televisive. Non è al centro di un brand, di un progetto, di un sogno…E’ lì, dove possono stare tutti: nella “provincia dell’ uomo” direbbe Elias Canetti.

Eroe d’un anominato ancora meno stoico di quello di Gigi Riva, tramandato nel profilo laconico e imperiale di una moneta romana a cui bastava la sola presenza per rifulgere, Baggio ha preferito la mistica della normalità che, quotidianamente, lo consacra. Diversamente da tanti suoi colleghi, da divino ha scelto di diventare umano. Per questo, per lui non possiamo che provare devozione.