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Per un giornalista, nell’arco di una carriera professionale, è raro che capiti di poter vivere istanti di totale coinvolgimento emotivo nell’evento che sta raccontando. Il mestiere impone un certo distacco dal fatto per poter salvaguardare l’obbiettività del giudizio. Ciò comporta, fatalmente, una certa dose di cinismo la quale, però, talvolta non riesce a prevalere sull’emotività. Personalmente posso dire di essere stato travolto in maniera totale soprattutto una volta da ciò che stavo vivendo per poterne fare la cronaca. Accadde trent’anni fa a Berlino, davanti alla porta di Brandeburgo e al Muro che crollava sotto le picconate della ragione. Una settimana che non potrò mai dimenticare, quella trascorsa come inviato di 'Tuttosport', nell’attuale capitale della Germania la quale a quel tempo era divisa in due come simbolo di un mondo anche lui separato da quella che veniva chiamata la Cortina di Ferro. I primi due giorni li trascorsi nella parte Est della città dove, però, era complicatissimo lavorare. Nessuna connessione Internet e linee telefoniche da 'guerra fredda' con attese infinite per poter comunicare con la redazione di Torino e dettare il servizio. Quarantotto ore tribolate, ma utile per capire che cosa significasse essere cittadini nella parte orientale. 

Prima di partire avevo contattato un vecchio cugino, mai visto in precedenza, che lavorava come allenatore dei portieri nell’Hertha. Giovanni Tamburini, questo il suo nome, mi incontrò in un caffè di Marienplatz. Da anni viveva e lavorava a Berlino Est dove lo sport, non tanto il calcio quanto le discipline olimpiche, era motivo di vanto e di propaganda per il regime. Gli atleti erano praticamente una sorta di 'uomini e donne robot' manovrati dagli agenti della feroce Stasi, i servizi segreti che a loro volta dipendevano dal Cremlino di Mosca. Vincere, per loro, non rappresentava un obbiettivo da raggiungere, ma un ordine al quale non poter disobbedire. 

Cimiteri e ospedali per disabili erano pieni di sportivi che non avevano retto il doping. Fu il mio primo reportage, badando bene di non rivelare la fonte, dopo il quale pensai bene di trasferirmi nella parte Ovest. Varcai il Check Point Charlie e lasciai quella parte di Berlino con un senso di angoscia per ciò che avevo visto e sentito, ma anche sollevato al pensiero che tutto ciò sarebbe cambiato molto presto. Questione di giorni.

Dall’altra 'parte' c'era un mondo completamente diverso. Sapendo quattro parole in tedesco, ingaggiai una traduttrice conosciuta in un ristorante italiano che mi fece da guida per tutto il tempo e che, per prima cosa, mi portò a visitare un mausoleo degli orrori a cielo aperto collocato appena ai piedi del Muro. Una luminaria di candele sempre accese e un giardino infinito. Nomi, volti, preghiere scritte su fogli volanti. Erano quelli che non c’erano più, vittime dei 'provos' i cecchini che sparavano a tutti coloro i quali tentavano di oltrepassare la 'cortina' oppure i famigliari di quelli che erano stati costretti a rimanere ad Est. Sia da una parte che dall’altra di Berlino la sensazione era comunque identica. Un clima di 'giorni sospesi' nell’attesa di ciò che stava per accadere.

La sera del 9 novembre c’era il mondo in piazza. Tutti con una bottiglia di spumante in mano. Giovani, anziani, donne e bambini anche piccolissimi nel passeggino. Un mare di bandiere. Ciascuna televisione del pianeta aveva almeno un inviato sul posto. Io mi ero aggregato alla troupe di Lilli Gruber e, prima che scattasse l’ora fatale, arrivarono Julio Velasco insieme con i suoi fenomenali ragazzi appena reduci dalla conquista dell’oro europeo nel volley. Bovolenta, Bernardi, Lucchetta, Zorzi, Tofoli tutti gi altri. La squadra più forte di tutti i tempi. Un vero dream team guidato da un eccezionale 'filosofo' argentino. Erano stati invitati dalla Federazione Tedesca come unici rappresentanti dello sport mondiale e il giorno dopo avrebbero dato spettacolo contra la formazione della nuova Germania riunificata. Intanto erano lì, davanti al Muro, per far saltare i tappi dello spumante nel preciso istante in cui la prima picconata aprì un piccolo varco in quella barriera della vergogna che resisteva da trent’anni. Fu un autentico orgasmo collettivo al pensiero di un mondo che non sarebbe stato più lo stesso. Una gioia irrefrenabile che dura ancora oggi anche se mortificata dalle realtà di altri muri, reali o psicologici, che purtroppo stanno sorgendo alla faccia di ciò che avrebbe dovuto insegnarci il passato. Conservo un pezzetto di quel muro. Ha i colori dell’arcobaleno. Lo guardo. Sento il cuore battere più forte.