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Questa settimana Sky sta passando il film “L’arbitro” di Paolo Zucca. È un profondo discorso sui rapporti di forza, sull’esercizio del potere dall’alto verso il basso: l’arbitro, per ruolo, può esserne manifestazione, vertice, meccanismo, vittima, carnefice. La sua umanità (nel senso di appetenza al genere) sterilizza l’alibi della neutralità. Come ogni uomo partecipa, incide. Cosa lo muove fa la differenza: l’arrivismo e il narcisismo sono fatali, anche se sono vizi più laccati di quelli atavici degli altri protagonisti. La terza categoria sarda (dove approderà il protagonista) è il luogo del film, è un posto dell’anima: si consuma in bianco e nero, sotto cieli western e sagome in chiaroscuro, in campi contigui ai cimiteri, fra pulsioni ancestrali che porteranno perfino al morto (nel disinteresse di tutti, tra l’altro). È l’ambiente primitivo della successiva corruzione, ogni dinamica s’innesta su qualche tipo di gerarchia, l’avanzamento sociale e sportivo sembra possibile solo attraverso le declinazioni della corruzione, economica e morale. È l’istinto che nella trama del film porta il miglior arbitro italiano in quel campetto, per l’ultima partita. 

Questo non è un posto di recensioni cinematografiche, però questo film, questa settimana, ci stava bene. È un film che cammina sul crinale del grottesco, non tutto sta insieme, non tutto è riuscito ma semina immagini e simboli e riflessioni importanti: al raduno della categoria, il capo di una divisione dilettante degli arbitri fa l’elogio dell’errore. Un argomento perfino seducente: i calciatori sbagliano, noi sbagliamo, dobbiamo rivendicare il diritto all’errore, dobbiamo difendere la possibilità di sbagliare, è in fondo il diritto naturale all’esistenza, all’umanità. Per questo, fra l’altro, le giacchette nere del nostro film osteggiano l’uso della tecnologia. 

Il capataz del raduno è Francesco Pannofino: le sue parole non sono troppo diverse da quelle di Marcello Nicchi, presidente nazionale dell’associazione italiana arbitri. Anzi: Nicchi è oltre. Il comico imbevuto nel mondo arcaico sembra proprio il capo ell’Aia. Eccolo: “Sulla moviola ho un'idea molto chiara: se domani dovesse arrivare la moviola in campo, allora potremmo cominciare a dire che questo sport è finito. Il compito nostro è di far rispettare le regole ma sull’introduzione dei sistemi elettronici in campo, mi sorgono non pochi quesiti. Se vogliamo cambiare il calcio diamogli un altro nome”. Lo disse otto mesi fa, quando Blatter sembrava accelerare sulla modernizzazione di questo sport così bello e intoccabile. Due giorni fa, dopo Juventus-Roma, Nicchi ha corretto le parole, non certo il pensiero: “Se arriverà la moviola in campo, ci adegueremo”. Il tono è quello del film: una resistenza sulla frontiera del potere, dunque un abuso dello stesso perché nega la possibilità che sia esercitato in modo più giusto. Addirittura, in un delirio di protagonismo (che è nemico della professione) il capo degli arbitri dice: cambiamo nome al calcio. Perché considera l’aiuto una diminuzione del ruolo (e sbaglia, poi vedremo perché). E se l’arbitro è diminuito, non si chiama più calcio. Una specie di impossessamento dello sport: quando invece vorremmo che gli arbitri fossero meno visibili, meno pesanti, meno presenti dentro le partite. 

Inutile elencare quanti sport di squadra e individuali hanno introdotto la tecnologia video per arrivare a decisioni più certe e limpide, con guadagno di tutti: atleti, appassionati, arbitri stessi, non costretti a lottare per difendere una decisione. Basket, volley, football americano e rugby, tennis…spesso la moviola ha invertito le decisioni (creando quella giustizia che dovrebbe essere fine supremo di ogni arbitro), altre volte le hanno confermate. Sempre hanno svelenito la disputa, permettendo di proseguire l’evento senza le tossine che accumula chi si sente defraudato del giusto. 
Gli argomenti di Nicchi sono: “Chi decide poi, davanti alla telecamera?”. Anche qui, ci sostengono gli esempi: quasi sempre sono gli stessi arbitri, in consesso. Altra remora: “Chi decide quando e per cosa si ferma il gioco?”. Bastano regole semplici, mutuate dagli sport che usano le riprese video: può decidere l’arbitro, e/o si può intestare alle squadre un numero di richieste limitato, subitanee, perché il gioca va interrotto subito, prima che crei conseguenze. Ogni sport che ha adottato la moviola ne ha tratto giovamento, senza sfilacciare l’emozione del presente. Non si possono agitare perplessità già strapazzate dal tempo e dagli usi. La resistenza è solo un fatto di potere: temere che ne scivoli via una piccola parte dalle proprie mani. È dunque un fatto penoso. Antistorico e controproducente: l’andazzo travolge gli arbitri, mica li aiuta. Rocchi ha fatto una brutta figura, mica bella. 

E tutti abbiamo bisogno di confinare certe partite nei novanta minuti: semmai, far sopravvivere un gesto tecnico. E invece bruciamo le angosce, i dubbi, i conflitti, i retropensieri e lasciamo che questo fuoco distrugga tutto. Lo sport e la lotta non sono più solo pura forma – come scriveva quel genio di Barthes – privata dei suoi effetti e dei pericoli, ma annullano la distanza con lo spettacolo (e anche con lo spettatore). La partita è tutto: la vigilia, il match, i rigori che c’erano e quelli inventati o negati, i commenti, i twitter, i blog dei tifosi. È troppo. 
Juventus-Roma è stata vetrina limpida del nostro calcio, per tutto quello che può esaltarlo e deprimerlo. E qualsiasi piccolo o grande intervento che valorizzi e protegga il fatto stesso della partita e del risultato è un investimento che osiamo definire culturale. Poi servirà altro: semplificare alcune regole: sui falli di mano, sul fuorigioco attivo o passivo. Ci permettiamo un consiglio: tornare a quel patrimonio immenso che è il buon senso, le mani che proteggono il corpo sono istinto di conservazione, per esempio. E l’uomo oltre i giocatori nella zona dove va o bazzica la palla è fuorigioco, anche se guarda per aria con aria assente: condiziona sempre e comunque l’azione difensiva. 

Ma questo è un altro discorso, adesso c’è un film da guardare, per capire che il grottesco poi non è così lontano dalla realtà. E c’è un nome da cambiare: non a questo sport, magari al presidente degli arbitri, se usa il suo potere di traverso alla storia.