Il volto televisivo di quel “Novantesimo minuto” condotto da Valenti che inaugurò, con sobrietà e con eleganza, la stagione di un calcio destinato a dare spettacolo anche fuori dal campo di gioco e oltre il minutaggio regolamentare della partita. La voce che, in Messico durante i Mondiali del 1986, commentò così per la televisione italiana il gol che Diego Maradona aveva rifilato all’Inghilterra “Mano de Dios o cabeza del Pipe?”. La domanda, retorica poichè le immagini parlavano chiaro non lasciando dubbi sulla furbata del campione, venne ripresa dalla stampa internazionale e fece il giro del mondo.

Il professionista che, nel 1980, realizzò un servizio sulla visita che il presidente dell’Avellino Sibilia, in compagnia di Juary, fece in carcere al boss Raffaele Cutolo per offrirgli in dono una medaglia a nome della società irpina e dopo averlo baciato per tre volte sulla guancia. Il reportage venne commentato dall’inviato con toni giustamente molto pesanti e poco tempo dopo l’autore venne gambizzato a colpi di rivoltella da un sicario della camorra. L’uomo che, ultimamente pur malato e sofferente, non voleva mettere a tacere il suo cuore indomito ma proseguire ancora quella che per lui era stata la missione di giornalista libero tra la gente e per la gente. E’ di appena un mese fa la sua ultima fatica televisiva con un’intervista a tutto tondo realizzata a Renzo Arbore.

Nome e cognome, Luigi Necco. Un fior di collega e un simpatico galantuomo che, ieri notte in una stanza del Cardarelli di Napoli, è sceso definitivamente dalla giostra sulla quale per una vita aveva compiuto memorabili giri divertendosi e portando sana e intelligente allegria a coloro che lo seguivano. Parlare di Napoli e dei suoi protagonisti storici non è mai cosa semplice. L’insidia sgradevole della retorica e dei luoghi comuni è sempre in agguato dietro l’angolo anche perché forse alimentata da quella letteratura costruita su “pizza, mandolino e maccheroni” che ancora resiste specialmente all’estero come cartolina esemplare di un modo di essere e di un modo di vivere. Ebbene, Luigi Necco si era sempre battuto per rivoltare quello stereotipo come un calzino da dismettere e da buttare. Lui rappresentava la Napoli colta (era anche esperto e qualificato archeologo) ma per niente snob. Quella, tanto per intenderci, della nobiltà borbonica decaduta e con la erre moscia.

Necco era il napoletano che non esitava a mettere il dito nell’occhio alla sua Napoli non per sadismo o crudeltà intellettuale ma per stimolarla a crescere in dignità e senso del sociale. Non solo giornalista sportivo e cantore nell’era dell’oro maradoniana, ma cronista a tutto tondo e a pieno titolo sempre guidato da quell’istinto naturale e da quella intelligente fantasia che lo portava a sapersi ridere addosso come un Troisi imprestato alle cronache quotidiane. Ci mancavano da un po’ di tempo i suoi interventi. Ora lui ci mancherà del tutto.

@matattachia