Fine di tutto. La Juve non perde, tracolla. L’Ajax non è una squadra, ma il vento del calcio che spazza via un avversario in balia di una tormenta. Nella ripresa la Juve si piega sulle ginocchia, cade, striscia a lungo con la faccia a terra e poi si arrende a chi gioca, a chi non ha paura, a chi è movimento che determina lo spazio, a chi fa geometria fino ad arrivare con la palla in porta. 

C’è una sola cosa che non torna nell’eliminazione bianconera ai quarti di finale della Champions: il punteggio risicato, la sconfitta di misura, l’esito ridotto. Doveva finire 5-1, se non di più, per fortuna che c’era Szczesny, altrimenti adesso staremmo commentando un’umiliazione solenne. 

Non che non lo sia stata nel gioco. La Juve ha retto e anche aggredito per un tempo. Poi è scomparsa sia fisicamente che mentalmente. Il peggiore in campo, in tutti i sensi, è stato Bernardeschi, sopravvalutato dalla critica che non si accorge di quanto sia manierato. Con il suo sinistro prevedibile ha perso tutti i palloni che ha giocato, con la sua velleità da presunto fuoriclasse ha tentato giocate impossibili. Quelle possibili, soprattutto a destra, dopo l’ingresso dello spaesato Sinkgraven le ha banalizzate rallentando e complicando ogni esecuzione. Un disastro e non per caso. L’Europa non è ancora la sua dimensione. Resta una discreta riserva di Douglas Costa. 

Come l’Europa non è il territorio di Allegri: esitante, confuso, incompreso. Quando dal 4-3-3 ha voluto passare al 3-4-3 ha impiegato lunghi minuti per far capire a Emre Can - il migliore della Juve insieme a Matuidi - che avrebbe dovuto fare il centrale con Bonucci e Rugani, pessimi entrambi, perché tremebondi al pari di De Sciglio, il cocco di babbo, buono solo per qualche partitella con le retrocedende della serie A. 

L’allenatore dei cinque scudetti consecutivi si fermerà qui. Ha vinto tanto in Italia (prossimo titolo probabilmente sabato), ma in Europa vale poco più di Conte che la Champions e perfino l’Europa League le ha viste con il binocolo. 
Peraltro non escludo che Andrea Agnelli e il supponente Paratici, cui Nedved regge il bordone, tornino al passato, anche se a caldo il presidente ha confermato Allegri e lui ha preso la palla al balzo per dire che resta. Eppure proprio Conte, l’esoso, potrebbe essere il sostituto del tecnico livornese. Il quale, ad onor del vero, se ne sarebbe andato anche vincendo la Champions.

Ma non ce l’ha fatta e, secondo me, non ce la farà mai perché è un tattico e non uno stratega, perché mette insieme singoli ma non organizza squadre, perché gioca di frequente per pareggiare (fu così a Madrid e ad Amsterdam), perché non studia abbastanza (è allievo di Galeone uno che diceva di dedicare solo cinque ore al giorno al calcio), perché crede che basti avere Ronaldo per fare il salto di qualità. 

Ronaldo ha segnato anche contro l’Ajax, ha illuso tutti che a quel punto la strada fosse in discesa, poi si è perso nel suo isolamento, l’unico a non rientrare sotto la linea della palla, l’unico a fare solo qualche pressione sporadica.  La Juve, al contrario che agli ottavi contro l’Atletico, è stata anche sfortunata. Perchè ha subìto il pareggio di Van de Beek nell’unico tiro in porta dell’Ajax (nato da una deviazione fortuita) e sette minuti dopo il vantaggio; perché ha perso Dybala alla fine del primo tempo. Un’epidemia di infortunati: fuori Chiellini e Mandzukic già alla vigilia, fuori Douglas Costa (e sarebbe servito con quel Bernardeschi in campo) dopo la rifinitura, fuori Dybala all’intervallo. 

Ma se la Juve aveva pressato e aggredito l’Ajax per quaranta minuti proprio con Dybala e Pjanic ad alternarsi in marcatura su de Jong, nella ripresa è saltato tutto. Kean, sostituto del capitano argentino, ha cercato di venire incontro per far alzare la squadra, ma Bonucci e Pjanic hanno sbagliato passaggi semplici e tentato, senza riuscire, quelli difficili. 

Al contrario gli olandesi hanno preso il volo allargandosi sul campo non come una squadra del carneade ten Hag, ma di van Gaal. Già bravi nello stretto e nel corto hanno debordato nel lungo: geometrie rapide e radenti, attacchi con cinque giocatori, occasioni a ripetizione (ne ho contate almeno cinque più un gol annullato per millimetrico fuorigioco di Ziyech). Un unico solo grande difetto: l’assenza del tiro in porta anche quando la distanza è favorevole. 

Non è, dunque, per niente paradossale che il gol della vittoria dell’Ajax, dopo almeno un paio di strepitose parate di Szczesny, sia arrivato da calcio d’angolo. Autore de Ligt che, peraltro, doveva farsi perdonare sul gol di Ronaldo. Non solo aveva perso la marcatura, ma pure spinto il compagno Veltman facendolo franare a terra. 

Più di due parole meriterebbero i molti lettori juventini che mi hanno coperto e mi coprono di contumelie  dandomi dell’incompetente. Sia prima della gara di andata e, a maggior ragione, in sede di presentazione di quella di ritorno, avevo scritto che battere l’Ajax sarebbe stato più difficile che rimontare l’Atletico. La partita - e non certo il risultato - ha dimostrato chi aveva ragione. Il calcio non è pronostico, ma analisi. E in quella non ci si può improvvisare. Meno che mai con il fegato grosso del tifoso. 


IL TABELLINO:
Juventus-Ajax 1-2 
Reti: 28′ Ronaldo, 35′ Van de Beek, 67′ de Ligt
Juventus (4-3-3): Szczesny; De Sciglio (64′ Cancelo), Bonucci, Rugani, Alex Sandro; Emre Can, Pjanic, Matuidi; Bernardeschi (80′ Bentancur), Dybala (46′ Kean), Ronaldo. A disp. Pinsoglio, Khedira, Barzagli, Spinazzola. All. Allegri.
Ajax (4-3-3): Onana; Veltman, De Ligt, Blind, Mazraoui (11′ Sinkgraven) (81′ Magallàn); Van De Beek, Schone, De Jong; Ziyech (88′ Huntelaar), Tadic, Neres. A disp. Varela, De Wit, Ekkelenkamp. All. ten Hag
Arbitro: Turpin (Francia). 
Ammoniti: 69′ Emre Can, 90+3′ Ronaldo.