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Brevi note a margine della gara di Champions League fra Dinamo Zagabria e Atalanta. Esordio fragoroso per entrambe, ma per motivi opposti. Facile immaginare che nessuna delle due si aspettasse un esito così largo e spietato. E adesso, da entrambe le parti, ci sarà da gestire psicologicamente un post-partita carico di eccessi. Problemi di cui dovranno farsi carico Nenad Bjelica e Gian Piero Gasperini. Ciò di cui invece possiamo occuparci noi sono due aspetti, uno per parte.

Il diritto dell'Atalanta a trovarsi dove è – Dopo il 4-0 di ieri allo Stadio Maksimir il brusio diventa chiara voce. Tutti coloro che erano pronti a saltare addosso ai “parvenu” dell'Atalanta non potevano sperare di meglio. Sicché eccoli scattare come allo sparo dello starter, per dire che non ci si può improvvisare quando c'è da giocare competizioni del massimo livello. E che per affrontare una manifestazione come la Champions League serva un grado d'esperienza internazionale non alla portata della squadra bergamasca. Assurde sciocchezze. L'Atalanta è lì perché se lo è meritato, più di altre squadre che dispongono del capitale d'esperienza in competizioni internazionali ma nello scorso campionato si sono rivelate nettamente inferiori. I nerazzurri si sono guadagnati il diritto di essere lì dove sono. Che è anche il diritto di dimostrare di non essere ancora all'altezza per certe competizioni, ma potrebbe essere il diritto di stupire tutti nelle partite che verranno, o comunque di condurre fino in fondo con estrema dignità un girone molto più difficile di quanto (superficialmente) si fosse pronosticato. Questi sono i fatti, e sono coerenti con l'idea che il calcio sia ancora uno sport in cui si assegna il primato ai verdetti del campo, compresa la partecipazione alla Champions League. Altrimenti si abbia il coraggio di dire che l'attribuzione degli obiettivi sportivi debba essere fatta tenendo conto dei quarti di nobiltà. Un'idea totalmente iniqua e anti-democratica, e soprattutto anti-sportiva, di cosa debba essere il calcio. Ma almeno un'idea schietta, da combattere apertamente.

Ci siamo persi l'Est Europa – E a proposito di calcio iniquo e anti-democratico, ecco lo schiaffo che arriva all'Uefa e all'Eca. Lo assesta la Dinamo Zagabria, protagonista ieri sera di una gara d'altissimo livello. E certo, molto avranno inciso i demeriti di un'Atalanta irriconoscibile. Ma i meriti della squadra croata sono indiscutibili, così come il grado di talento messo in campo. E preso atto di tutto ciò, rimane l'eredità d'un vasto senso di fastidio se si pensa che per la squadra campione di Croazia sia già un traguardo trovarsi nella fase a gironi di Champions. Avrebbe potuto benissimo non esserci. La Dinamo si è dovuta sobbarcare tre estenuanti turni preliminari (e 6 partite) per guadagnarsi il diritto di brutalizzare la terza classificata della Serie A. Ha dapprima eliminato i georgiani del Saburtalo nel secondo turno preliminare. Poi ha fatto fuori gli ungheresi del Ferencvaros, e a dispetto di ciò che dicono i punteggi (4-0 in trasferta nella gara di ritorno, dopo che l'andata a Zagabria era finita 1-1) non è stata una cosa agevole. Perché il Ferencvaros è una buona squadra, capace di eliminare nel primo turno preliminare i bulgari del Ludogorets Razgrad, altra squadra non banale. Infine, nel playoff la Dinamo Zagabria si è sbarazzata del Rosenborg. Dunque era per nulla scontato che i croati approdassero alla fase a gironi. Ce l'hanno fatta, e dopo un'affermazione così perentoria pongono una questione che Uefa e Eca fanno finta di non vedere: perché si è fatto in modo che l'Est europeo fosse cancellato dalla mappa del calcio d'élite? Perché proprio questo è il meccanismo. Costringere i campioni di Croazia, o Serbia (la Stella Rossa ha giocato ieri sera all'Allianz Arena contro il Bayern dopo essere passata da ben quattro turni preliminari), o Bulgaria, o Ungheria a lunghi pre-filtraggi estivi significa falcidiarne i ranghi ai nastri di partenza della fase a gironi, per relegare poi le superstiti al rango di comparse. Quando invece la prospettiva di una maggiore continuità in Champions, che è anche prospettiva di migliorare nettamente lo stato finanziario dei club, consentirebbe ai club dell'Est di adottare politiche diverse. Soprattutto in materia di calciomercato, con la possibilità di trattenere più a lungo i migliori talenti e cercare più alti risultati sportivi, anziché venderli subito per mantenere l'equilibrio finanziario. Ma forse, verrebbe da dire, è proprio questo il punto. La Champions League come lega semichiusa in cui vincono soltanto le squadre di pochi paesi euro-occidentali, e vincendo rafforzano (in termini sia tecnici che economici) la leadership loro e di quel quadrante geo-politico. E il resto del continente, a partire dall'Est, mantenuto in condizioni di nanismo artificiale. Costretto a non crescere, e a fare da serbatoio di talento calcistico da vendersi a buon mercato perché i club di quelle aree geografiche sono costretti a vivere condizioni di nanismo artificiale. La prestazione-monstre esibita ieri sera dalla Dinamo Zagabria ci ha ricordato quale sia il vero stato delle cose. E lo ha ricordato al presidente Uefa, che a sua volta è un uomo dell'Est, ma totalmente zerbinato ai potenti dell'Ovest.

@Pippoevai