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Incubo Veloso o attacco fumoso? Entrambi, e la Dea saluta con la più triste delle cartoline la lotta Scudetto. Proprio nell’anno in cui la Juve si è tirata indietro per prima. Peccato, ma i problemi adesso sono altri. Se la quadra e l’entusiasmo ritrovati nell’Europa più bella portano solo stanchezza e opacità in sfide dove dovresti fare la parte del maestro, allora bisogna riscrivere gli obiettivi. Perché se vuoi puntare solo alla Champions, allora fatti pure bella una volta sola, ma poi dillo apertamente che ti toglierai la maschera. Abbandonare adesso il campionato però, vorrebbe dire compromettere un’Europa futura, gettando alle ortiche persino il tanto odiato ma affollatissimo settimo posto. Negativo il saldo delle ultime cinque (due X, due sconfitte e solo una vittoria), negativissimo quel nono posto con 16 reti incassate, negativo l’affanno e il ripetuto errore sotto porta. L’unico ad essere positivo è Aleksej Miranchuk.
 
IL VIRUS DANNEGGIA LA MACCHINA- Perché diciamolo: il russo stasera avrebbe giocato e, molto probabilmente viste le statistiche e il doppio esordio con gol, avrebbe segnato. E se anche solo una delle tante sfere piovute sull’ombrello Silvestri fosse entrata, starei scrivendo un altro ‘mania’. A conti fatti, a decidere il match è stato l’errore di Toloi, dimentico del fatto che fidarsi di Gollini è meglio, non fidarsi è peggio. Prima di allora la Dea era la stessa, creativa e grintosa, che faceva i caroselli ad Anfield Road. Ma Ilicic e Gomez lasciano gli occhiali nello spogliatoio, Zapata non è furbo come Titti con Silvestri, e Miranchuk è in quarantena, così come l’altro mancino goleador Malinovskyi. E allora, a conti fatti, a decidere il match è stato il Covid, che ha influenzato, è proprio il caso di dirlo, anche questa gara. La Dea però paga sempre troppo care le sue Euro-imprese. Dopo il pari col City, lo 0-0 con la Samp, dopo il trionfo di Kharkiv, la sconfitta col Bologna, dopo il 4-0 al Midtjylland, la scoppola coi blucerchiati. E adesso, tra ‘la danese’ e l’Udinese, la storia si ripeterà?
 
COME UNA VERA BRITISH- In quanti avrebbero firmato per una vittoria a Liverpool e una sconfitta contro il caro e diligente Juric? Tutti, lo so già senza contare le mani, perché la Storia è Storia e quella resta. Ma la Dea made in England, Brexit o meno, deve trovare il modo di esportare i suoi lati migliori. Per esempio, la maggior copertura a centrocampo, la superiorità numerica in difesa, quell’assenza di punte che crea scompensi. E ancora, Gosens, Romero, Pessina: tre uomini chiave l’altro ieri, di cui la Dea si è dimostrata dipendente. Senza loro tre, si è perso per strada il fulcro del gioco. Ora testa al Midtjylland, pareggiare non basterà. E non per la classifica, quella si deciderà solo il 9 dicembre ad Amsterdam, ma per il morale. Perché solo un ottavo di finale col Bayern Monaco renderebbe meno amare sconfitte immeritate con le piccole di A che ora, per salutare la Dea, devono piegare la testa.