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Oggi il nostro presidente della Repubblica compie settantotto anni. Gli auguri sono d’obbligo e non soltanto per una ragione formale. Quando venne eletto a fine gennaio 2015 ricoprire l’incarico più alto della nazione, succedendo a Napolitano, la gente non si entusiasmò eccessivamente.

Nella sua figura pacata e apparentemente stereotipata, si intravedeva lo spirito della prima Repubblica e del cerchiobottismo tipicamente democristiano. Fu strada facendo e senza la necessità di attendere troppo a lungo che il presidente smentì scettici e diffidenti mostrando di essere veramente l’uomo giusto arrivato al momento giusto per dare un senso di positività, soprattutto etica, a un Paese finito nelle mani di forze quantomeno pasticcione.

E se alcuni capovolgimenti rischiosi – che avrebbero potuto comportare una deriva antidemocratica – sono stati neutralizzati, il merito è soprattutto di Sergio Mattarella: un presidente stimato da tutte le segreterie del pianeta per la sua autorevolezza esercitata senza la necessità di essere autoritari.

Un esercizio dello Stato certamente diverso da quello del più amato dagli italiani che fu Sandro Pertini, il cui amore per la spettacolarità della politica e la sovraesposizione del ruolo rendeva assolutamente popolare. Ma proprio nel senso della misura e nel suo operare apparentemente da dietro le quinte sta la forza di Mattarella specialmente quando deve gettare acqua sul fuoco, infiammando le teste troppo calde di alcuni ministri del suo Governo.

Una vocazione da arbitro che gli arriva da lontano. Da bambino, suo fratello Piersanti, poi brutalmente assassinato dalla Mafia, lo trascinava sui campi di pallone. Sergio era un calciatore mediocre, ma il gioco gli piaceva e ne capiva. Così veniva destinato a dirigere quelle partitelle dove Piersanti faceva la figura del leone ma se sbagliava veniva punito con imparzialità dal più giovane fratello.

Il resto della sua passione sportiva, oltre alle gare ippiche dei cavalli, Mattarella la riservava per il tifo. Anche quello mai sopra le righe. Non per il Palermo, come sarebbe stato logico attendersi, ma per l’Inter. Quella grande di Moratti papà e di Helenio Herrera. Un affetto calcistico mai scalfito dal tempo e ufficializzato dalla tessera di “socio onorario” dei Club Nerazzurri.

Oggi, vista l’italianità di Mattarella e la proprietà cinese dell’Inter, il presidente sarà un po’ meno contento. Ma, del resto, a dover fronteggiare quotidiani e piccoli tentativi di tradimento in questi quattro anni si deve essere abituato.