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Balotelli show:| 'In finale segno 4 gol alla Spagna'

Balotelli show:| 'In finale segno 4 gol alla Spagna'

Al raddoppio festeggia mostrando i muscoli: «I miei compagni sono gelosi. La cosa più bella? Abbracciare mia madre, ora arriva anche papà».
Balotelli sa esultare: "In finale ne farò quattro".
Anche i postini esultano quando c’è di mezzo Italia-Germania. Mario Balotelli, l’attaccante con il broncio, sceglie un pezzo di storia del calcio per lasciarsi andare. Lui che di solito grugnisce o scappa o protesta, lui che non festeggia per convinzione «perché segnare è solo il mio lavoro, i portalettere si esaltano quando imbucano?». Certe volte sì.

SuperMario sceglie la notte perfetta per diventare normale e quindi essere straordinario. Abbandona il vezzo di tirare dritto, ha il coraggio di ricredersi, la spontaneità che serve per emozionarsi e agita la maglia, il numero l’azzurro. Anche la vita prende uno scossone: due gol in una sola partita, tre nell’Europeo ed è l’unico rimasto in corsa per vincere il titolo di miglior marcatore: «Ma non mi importa, io penso prima a divertirmi e poi a segnare. Non sei grande solo quando ti riesce una doppietta». Quattro reti con la maglia della nazionale in 13 partite, tutte polacche perché anche la prima risale a Cracovia, amichevole di novembre. Forse stavolta va in pellegrinaggio anche lui per ringraziare il Paese dell’ispirazione.

Al primo gol in azzurro era a caccia di un posto, di spazio, gli chiedevano di dimostrare il suo valore e forse anche per questo non se la sentiva di celebrare. Gli secca sempre dare prove di bravura. Ieri aveva altri compiti, portare l’Italia in finale, rispettare storia, passato, statistica e battere la Germania come è sempre successo. Evidentemente l’occasione valeva qualcosa più di una smorfia. Non si può arrivare in scia all’urlo di Tardelli e dimenticarsi di gridare. Balotelli esulta dopo il gol di testa, ci crede, dimentica un’esistenza di reti segnate e abbandonate senza neanche un ciao anche se sente il bisogno di sminuire la gioia: «Me lo hanno chiesto i compagni». Poi può persino pensare a qualcosa di personale, una doppietta vale una firma, forse persino un’ammonizione perché Mario si trasforma in statua dopo la botta di destro. L’arbitro non apprezza, i compagni sbuffano: «Si sono arrabbiati perché hanno visto il mio fisico e si sono ingelositi». Via la maglia, libero, a torso nudo: sfoggio di potenza e di muscoli e anche un manifesto: questo sono io.

Fino alla semifinale tutta rincorsa: 20 tiri e un misero centro, appena il 5 per cento del lavoro fatto era finito in porta, numeri da diventare pazzi e Balotelli ha il nervoso facile. Si è sbloccato con l’Irlanda e ha mandato a stendere mezzo mondo. Poi di nuovo teso e chiuso fino alla sfida con Hart, nei quarti, ai rigori contro l’Inghilterra. Lì ci ha preso gusto e probabilmente si è accorto che non deve rinunciare al suo modo di fare. Ha capito che può rispettare le consegne tattiche ed essere comunque lui, SuperMario. Alla fine il personaggio di un videogioco. Uno a cui piace alzare la posta e sfidare il limite, fare dello show, irritare l’avversario. Ci tiene a mantenere il carattere per cui spesso lo criticano, ne va fiero e lo sfrutta come molla. Fa impazzire la Germania e se ne vanta, li guarda pure male quando si ritrova per terra con i crampi e lo stadio lo fischia e i tedeschi gli fanno gesti stizziti. Zoppica, provato dalla stanchezza, perché non ha solo steso la Germania dei ragazzi con il tiro facile ha anche corso come non gli era mai capitato. Partita di grazia e quando il fiato finisce guadagna minuti, si prende la scena. La panchina chiama il cambio, lui esce comodo: «Dicevo, aspetta perché ero dolorante ma potevo andare avanti».

Montolivo lo abbraccia, Abate gli accarezza la cresta che ormai ha quasi perso tutta la tinta bionda. Ancora non sorride, ma lo ha fatto, nella gara delle emozioni alla fine del primo tempo ha giocherellato con Buffon, spalla a spalla. Il capitano e la testa matta che se la raccontano. Avranno avuto i loro giorni storti ma mentre escono dal campo di Varsavia sembrano due ragazzini abituati a stare insieme: «È la miglior gara della vita, dedicata ai miei genitori, la cosa più bella è stata abbracciare mia madre e in finale devo farne quattro di gol perché arriva anche papà».
A partita chiusa Mario può restare solo: l’Italia festeggia, lui lo ha già fatto, non ne ha più voglia e si ferma contro la panchina, a occhi chiusi. Il postino è al lavoro, pronto a recapitare gol alla Spagna.

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