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Quanto contano gli allenatori? A giudicare dai loro stipendi, parecchio. Eppure anche chi vince in panchina ripete che la differenza la fanno i giocatori e non mancano le prove. Ricordare, per credere, due casi clamorosi, entrambi legati al primo grande Milan di Berlusconi e Galliani. Arrigo Sacchi, che festeggiò lo scudetto al primo anno e subito dopo due coppe dei Campioni consecutive, nell’estate del 1991 venne sostituito da Fabio Capello che fece ancora meglio di lui perché quel Milan, considerato a fine ciclo dallo stesso Sacchi, fu campione d’Italia per quattro anni, di cui tre consecutivi, e raggiunse tre finali consecutive di coppa dei Campioni, con il più esaltante successo della storia rossonera: il clamoroso 4-0 (senza Baresi e Costacurta) sul Barcellona guidato da Cruijff.

Quando, però, Sacchi e Capello sono tornati sulla panchina rossonera, ma con altri giocatori, senza Van Basten e Gullit soprattutto, entrambi hanno fallito. Sacchi, subentrato a Tabarez all’inizio di dicembre 1996, ha addirittura stabilito un record negativo perché finì il campionato all’undicesimo posto, peggior piazzamento nei 31 anni della gestione Berlusconi-Galliani. Capello, di nuovo richiamato al posto di Sacchi al termine di quella stagione, fece poco meglio arrivando decimo. Ciò dimostra, appunto, che i giocatori fanno la differenza, perché Sacchi e Capello erano gli stessi di prima. Non a caso il grande Enzo Bearzot, subito dopo aver vinto il mondiale del 1982 a chi gli chiedeva quanto contava un allenatore rispose testualmente: “il dieci per cento, perché sono più importanti i giocatori”.

Anche il dieci per cento, però, può fare la differenza come succede in una società per azioni e allora proviamo a immaginare chi più degli altri può far valere la “sua” differenza tra i quattro grandi allenatori tornati nel nostro campionato: Allegri, Mourinho, Sarri e Spalletti. Li abbiamo citati in rigoroso ordine alfabetico, ma per una pura coincidenza li possiamo anche citare in ordine di importanza.

Allegri, infatti, può incidere più di tutti per il semplice fatto che al contrario degli altri tre colleghi conosce già l’ambiente e siccome i grandi giocatori sono rimasti e non sono andati via come nel caso di Sacchi e Capello, quel ”dieci per cento” citato da Bearzot potrebbe fare la differenza a favore della Juventus. Stavolta, tra l’altro, nessuno chiederà ad Allegri di vincere la Champions, perché il primo obiettivo è lo scudetto per cui vincerlo non sarebbe più una formalità, ma un grande successo dopo la parentesi dell’Inter.
Tutto quindi sembra favorire il lavoro di Allegri, mentre diverso con varie sfumature è il discorso relativo agli altri tre suoi colleghi di ritorno in serie A, a cominciare da Mourinho che dopo il “triplete” con l’Inter sicuramente avrà un compito più difficile a Roma. La sua grande esperienza internazionale e soprattutto il suo carattere e la sua personalità potranno però contribuire a rilanciare la Roma, anche perché nessuno gli chiede lo scudetto e tutto ciò che verrà, dal quarto posto in su, sarà un successo.

Nella scia di Allegri e Mourinho, mettiamo Sarri perché potrà lavorare senza le pressioni che ha avuto alla Juventus in un ambiente più tranquillo, sfruttando il grande lavoro di Inzaghi, con il vantaggio di poter realizzare una grande impresa se riuscirà a stare davanti a Mourinho.

E infine ecco il caso di Spalletti, ottimo allenatore ma sottovalutato da molti, che ripartirà alla guida di una squadra che ha già sfiorato l’ingresso in Champions e soprattutto con un presidente che fatica a tacere se i risultati non arrivano. Non a caso da Mazzarri a Gattuso, passando attraverso Sarri e Ancelotti, tutti chi più chi meno sono entrati in rotta di collisione con De Laurentiis e quindi la differenza che potrà portare Spalletti rischia di non bastare, anche se non per colpa suaA fine stagione sapremo chi sarà riuscito, tra i bentornati allenatori in serie A, a incidere più degli altri con il suo “dieci per cento”. Nell’attesa, in bocca al lupo a tutti.