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Anche gli amici viaggiatori della Rete avranno ormai imparato a conoscere Darwin Pastorin. Un mio amico. Di più, un fratello per empatia passionale e intellettuale. Naturalmente eccellente giornalista e delicato scrittore-descrittore delle umane avventure. Otto anni più giovane di me, ha scavalcato i sessanta pochi giorni fa con una bella festa in campagna. E ha scelto di andare in pensione. Soprattutto per avvenuto disincanto rispetto ad un mondo, quello del giornalismo sportivo applicato principalmente al calcio appunto, dove per sopravvivere occorre fan finta di essere sani. Ci sentiamo, al telefono, molto spesso. Lui pendolante tra Torino e il buen retiro ecologico del Canavesano. Io ormai radicato nella Versilia pietrasantina dove ho deciso di venire a vivere dopo  quarant’anni di orgia mediatica planetaria. L’altra sera l’ho sentito un poco strano. Vagamente disorientato. Era l‘effetto-pensione, sicuramente. Lo stacco, brutale, da un cordone cerebrale che per stagioni infinite ha scandito i ritmi di una vita consumata, tra gioie e nefandezze assortite, fino in fondo. L’ho tranquillizzato. E’ normale che accada. Durerà poco. Smetterà non appena anche tu ti iscriverai al “Club di Peter Pan”. Siamo tantissimi. Un mare di gente. Ti aspettiamo. C’è ancora molto da fare e tanto da divertirsi. Così il termine pensione smette, magicamente, di rappresentare una parolaccia ed entra nel dizionario come sinonimo di vecchio bambino. Quelli che si danno da fare e addirittura fanno più di prima perché liberi dalla zavorra del dovere finalizzato alla produzione che, tutto sommato, rende tutti schiavi.

Eppoi, volete mettere, la libertà di dire senza dover mentire.  Anche le verità più scomode. Proprio come fanno i bambini. Ricordate Cossiga, il picconatore? Fu dopo la pensione che decise di aprire il sacco. Il pianeta della politica e dintorni arrossirono per la vergogna e, per tentare una goffa difesa, non trovarono di meglio se non dire che “Il presidente era impazzito”. Macchè, stava benissimo. Come, osservandoli, stanno che è una meraviglia Giovanni Trapattoni, Carletto Mazzone, Cesare Maldini, Eugenio Fascetti, Corrado Orrico, Dino Zoff, Gigi Riva, Gianni Rivera, Marcello Lippi, Fabio Capello e tanti altri sul punto di scollinare e  di iscriversi al “Club di Peter Pan”. Per ceri versi più freschi di un tempo. Certamente più sinceri e meno ingessati. Una tessera, quella del “Club” che non rappresenta, però, una via di fuga dalle proprie responsabilità di anziano, semmai proprio il contrario: il dovere e anche il piacere di fare da maestri a tutti coloro che sono impegnati a resistere nel caos della quotidiana mischia selvaggia. A cominciare dai nostri figli perché, già stanchi e annoiati ancora prima di cominciare, non debbano vivere già da giovani la pensione “dentro” come bambini vecchi. Sono coloro che la prendono e che si prendono sempre troppo sul serio e per i quali anche il gioco del pallone non è mai stato un gioco ma sempre e soltanto un mestiere attraverso il quale esercitare il potere sino a sentirsi onnipotenti. Ma di onnipotenza, alla fine, si muore. Esempi non ne mancano, manco nel calcio. Da Giraudo a Galliani, tanto per dire. Il primo è finito a Londra, paradossalmente dove in Kensingthon Garden vive Peter Pan. Il secondo, con signorilità, potrebbe raggiungerlo lasciando il Milan a qualche vecchio bambino ancora il grado di sognare e di far sognare. 
Marco Bernardini