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Zvonimir Boban, ex trequartista del Milan, ex dirigente del club rossonero, si racconta a Sportweek, magazine de la Gazzetta dello Sport: "Il Milan? Sì, è passata, nella vita ci sono cose ben peggiori dell'interruzione di un rapporto professionale. Credo di aver sempre avuto spalle larghe e personalità per affrontare anche episodi negativi. Nessuno è privilegiato a tal punto da non portare mai una croce. Milano è sempre nel mio cuore e tifo Milan più di prima. La causa, ancora in corso, è con Elliott Funds, ma con il Milan non potrò mai essere in causa. Era, è e sarà sempre un grande amore, seguo tutte le partite e sono felice di vedere che i ragazzi che abbiamo scelto abbiano intrapreso un cammino importante. Non ancora a livelli da vero Milan, quello che avevamo in testa Paolo e io, ma è già una squadra che può competere. Erano necessari i classici tre anni per ripartire: nel primo si fa pulizia, il secondo è quello della costruzione, nel terzo puoi competere. Quello che è successo a noi tra errori, correzioni e processo di crescita". 

PENTITO? - "Quando dico noi penso al Milan, a me, Paolo, Ricky Massara, una bella squadra con uno spirito forte. Ma no, di ciò che ho fatto io non mi pento di nulla. Per amore puoi sacrificarti, ma la dignità non va svenduta mai. Sulle scelte fatte poi dal club, il tempo mi ha dato ragione e la strada intrapresa adesso è corretta. Però servono sempre ambizioni da grande Milan". 

LE IDEE - "Nella notte della chiusura del mercato, quello dei giovani, avevo ammesso subito che ci mancavano 2-3 giocatori esperti. E già pensavo al mercato di gennaio. Ibrahimovic? Con lui è cambiato tutto. La storia che il Milan sta vivendo adesso è figlia dell'arrivo di Ibra". 

ANCORA IBRA - "Stipendio guadagnato? Senza il minimo dubbio. In campo e fuori la sua presenza è essenziale. Ovviamente so quanto soffre a non poter giocare, ma resta fondamentale per quello che trasmette e per come sta facendo crescere i giovani intorno a lui. Quando io arrivati al Milan avevo 22 anni ed ero già stato per due volte miglior giocatore del campionato jugoslavo, eppure mi dicevano che ero ancora giovane per reggere il peso di San Siro e che dovevo capire il calcio. Ed era vero. Oggi chi parla spesso non sa cosa vuol dire giocare in certi stadi, reggere le pressioni, portare una maglia che ha una storia enorme. Quando abbiamo preso Leao aveva solo 19 anni, normale gli servisse il tempo per rendere con continuità. E' fortissimo e se il gol per lui diventa l'obiettivo e non la conseguenza, non ha limiti. Lo stesso discorso vale per Tonali, Theo, Bennacer, Saelemaekers". 

SU TONALI - "E' fenomenale. E anche per lui lo scorso anno è stato normale avere difficoltà. Era abituato a giocare nel Brescia perno centrale con due incursori, il Milan giocava col doppio centrale. E' una cosa totalmente diversa. Ma se oggi il Milan ha più controllo delle partite è soprattutto grazie a lui. Guida la squadra, ha i tempi, sa quando giocare lungo e corto, è dominante fisicamente, difende. Sandro è già molto responsabile, deve solo diverti di più e può diventare un top mondiale". 
MALDINI - "All'epoca ci siamo detti che qualcuno doveva restare a difendere la squadra, la bandiera e la cultura milanista. Meno male che Paolo è rimasto. E' cresciuto tanto, ora è un dirigente di alto livello. Avere in società lui, come Baresi e Massaro, significa avere un vero cuore milanista che batte. E' necessario, tra tanti amministratori, uomini di marketing, esperti di numeri e gente che non ama il calcio e capisce poco del Milan". 

LO SCUDETTO - "Non credo, manca ancora qualcosa. Anche se il Milan gioca bene, ha ritmi di gioco e ha il controllo delle partite. Pioli ha fatto un ottimo lavoro. Secondo me, in certe partite più toste, si potrebbe sfruttare anche il 4-3-3 e una copertura diversa degli spazi. Le corse e le distanze sarebbero diverse e diminuirebbe il rischio di infortuni. Ma non mi faccia entrare in cose tattiche". 

LA SUPERLEGA - "Un tentativo vergognoso, stoppato dalla gente prima ancora che dalle istituzioni. Anche se sono orgoglioso di come hanno reagito l'Uefa e il presidente Ceferin. Perché era una mera operazione di business per gli interessi solo di pochi e dimenticava valori, storia, tradizione, identificazione: aspetti che caratterizzano questo sport. Annullando quelle responsabilità sociali e culturali presenti e future che chi guida un club radicato nel territorio deve tenere presente. E tutto perché questi miliardari hanno fatto male i conti del proprio club. Irresponsabili... Volevano tutto per sé, volevano cancellare i valori e americanizzare questo sport". 

DIRIGENTI, AGENTI, MEDIATORI - "Ammetto che certi personaggi sono diventati dei vampiri e servirebbero regole e controlli più severi".