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Cinque squadre in cinque punti promettono una corsa molto equilibrata e appassionante ai posti per la Champions. L’inerzia e il vantaggio tecnico di Roma e Napoli sono spariti: se vorranno lottare dovranno adesso ricostruire una credibilità tattica perché la tendenza è contraria. Vengono convocati diversi alibi: la delusione per un campionato troppo lontano dalla Juventus, la stanchezza per gli impegni su molti fronti. Ma ridurre a questo il rendimento attuale (e perdurante) delle due squadre è fare torto alla ragione. Ci sono tenaci difetti di struttura e dozzinali errori di sopravvalutazione alla base del campionato così distante dalle aspettative per Roma e Napoli, che comunque hanno ancora obiettivi prestigiosi nel futuro immediato.


NAPOLI - La squadra di Benitez continua a inciampare laddove si presentino intralci tattici. Se deve giocare a tutto campo, apertamente, con tatticismo rarefatto, il Napoli furoreggia. Le partite di Coppa, che si consumano in 180 minuti fra culture calcistiche diverse, spesso distanti, avversari nuovi, abbassano il livello di studio e di calcolo. In questo, Benitez raccoglie il lavoro di mentalità che ha saputo fare sulle sue squadre, sempre e ovunque. Per blasone (e conseguente pigrizia, e mancanza di tempo specifico per lavorare) anche negli incontri fra le grandi il tatticismo scema, perché è più complesso piegarci il giocatore di nome: infatti il Napoli ha sconfitto Fiorentina e Lazio a casa loro, ha dominato la Roma al San Paolo, e ha tolto la Supercoppa alla Juventus: le rivali maggiori hanno pagato il conto al Napoli. Ma quando c’è da masticare la squadra che prepara per tutta la settimana la partita, la strategia, i tranelli, le complicazioni, ecco che il Napoli si rompe i denti come se dovesse digerire un sasso: la partita gli resta di traverso. Benitez si è perso questa caratteristica della Serie A: forse considera questa esasperazione tattica un vizio che l’Italia si porta appresso, e la frena in Europa (magari è vero). Di fatto, la distanza fra il Napoli e la Juventus in questi 20 mesi è intorno ai 45 punti: fa un certo effetto.

ROMA - I giallorossi stanno peggio del Napoli. La Roma sta peggio di tutte perché è volata in alto, finché le sue ali di cera non si sono sciolte al sole. La mitologia condanna Icaro, lo sport dovrebbe invece concedere almeno riconoscenza per chi ha cercato di confondere il campionato dei dominatori, dapprima sul campo, poi solo in conferenza stampa: da qui, una certa attrazione per il grottesco, punita dal campo. Così è difficile essere comprensivi, per tutti, anche per i tifosi. Abbiamo spesso elencato i problemi della Roma, che si ripetono indefessi. Due sono più importanti, tanto da sequestrare la squadra dentro un andazzo così mediocre da mettere a rischio tutto. Il gioco della Roma è una versione in sedicesimo di quello dello scorso campionato: non c’è innovazione, genialità, visione. È un semplice contrattacco che ha perso la dirompenza di Gervinho (classico giocatore da primo anno, quando i difensori devono imparare a conoscerlo, a prevederlo, ad arginarlo), l’efficacia di Totti (conseguente anche alla contrazione dell’ivoriano) e l’apporto arieggiante di Maicon e Strootman. Al reparto d’attacco Ljajic ha aggiunto qualcosa, ma senza continuità. Iturbe anche meno, snaturato dal lavoro di transizione lunga che faceva a Verona, quando avviava o accompagnava azioni sviluppate (spesso con Romulo) in 50 metri di campo. A Roma questo campo non c’è: le avversarie hanno fatto avanzare il baricentro della Roma, proprio per disinnescarla. In questo non-ritmo sarebbe fondamentale la personalità, la qualità e la quantità di gol e di assist di un attaccante fenomenale, capace di dare un senso anche alle velleità degli altri. Non c’è, non lo è diventato Destro (che pure serviva a vincere determinate partite, tutte pareggiate o perse, in sua assenza…), non sembra esserlo Doumbia. Non esiste in Europa una squadra che ambisca agli obiettivi massimi senza certezze nel reparto offensivo: non per forza dev’essere un centravanti, basta che sia in grado di quantificare. Di nascondere i difetti, di ampliare i pregi nelle giornate positive. Di preoccupare i difensori: le avversarie sono ormai serene. Sanno che la partita della Roma sarà fatta di poche cose, e scampate quelle c’è spazio per qualsiasi risultato. L’altro problema è l’assetto di centrocampo: i portatori di palla sbilanciano la Roma, esponendo la difesa, già approssimativa in alcuni titolari. L’assenza più drammatica e pesante è quella di Strootman: l’olandese sapeva giocare senza palla, inserirsi anche nello spazio del centravanti, dettare un passaggio fra le linee, vivere di pochi o tanti palloni, ugualmente da protagonista. Pensava un calcio pratico e verticale. Così gli altri potevano presidiare (De Rossi), palleggiare (Pjanic) e Totti aveva un movimento in più verso il centro dell’area da poter assecondare. Spesso emerge a surrogato Keita, di grande sensibilità tattica, capace di stare in campo e pensare calcio anche senza palla. Rispetto a Strootman è però meno cattivo e brillante in verticale, più duttile, certo, ma meno esplosivo (e giovane, ovviamente). L’assenza di Strootman è uno degli alibi di Garcia, assieme alla consunzione di Maicon, vero regista laterale dello scorso campionato, anche lui in grado di far sfiatare la manovra. Al netto di tutto, e a rimorchio di certi megalomani propositi, Garcia doveva offrire qualcosa di più. In sostanza, l’unico aggiornamento è quel mattatore di Nainggolan, ieri sera assente: ha divorato la parte di Pjanic e De Rossi, mostrandone anche limiti di personalità. E ammantando il centrocampo di un tono da provinciale, che non si addice a certe ambizioni. Per stare sul presente, leggere la sconfitta con gli episodi è dannoso più che riduttivo: contro la Sampdoria si troverebbero alcuni appigli, ma a chi gioverebbe tradurla così? Nei venti minuti di domino a ridosso dell’intervallo, alla Roma è mancata la qualità e la sensibilità degli attaccanti, tanto per cambiare. Da quel momento si è assentato Pjanic, incapace di decidere il suo ruolo nella vita. Prima e dopo è stata lotta fisica contro una delle squadre fisicamente più forti del campionato. La Sampdoria ha una spaventosa capacità di rimanere con la testa dentro le partite, anche quando le subisce: non è dote scontata, bravissimo Mihajlovic in questo. Appena il campo offre qualcosa, la Samp lo sbrana. E Muriel - inconsapevole fenomeno, per dire - avrebbe fatto comodo alla Roma, per spaccare le partite, altro che Doumbia. 

LAZIO - E' arrivata: fu oggetto dello scorso pezzo, a Torino ha trovato conferme un po’ a tutto. Se la partita è stata meno piena è perché Ventura ha cercato in tutti i modi di non far correre la Lazio. Ma è troppo sana questa squadra. La salute psicofisica scava il solco con le rivali e non ci sono le partite europee a logorare questa convinzione. Pioli sta gestendo l’organico con la fluidità di chi ha diffuso concetti e compiti. Immensi i meriti per aver alleggerito di lavoro i difensori, evitando fragilità, avvicinando i reparti e tra l’altro allungando il campo degli attaccanti da corsa, a loro gradimento: quando si dice un incastro perfetto. A Torino è servito Felipe Anderson, dunque il talento in purezza. D’accordo, ma è decisivo dopo una compiutezza tattica che mantiene le partite negli spazi e nei toni graditi alla Lazio, che sta migliorando nella gestione dei secondi tempi. E se Anderson oggi fa la differenza, i meriti sono anche di chi ha saputo collocarlo, aspettarlo, valorizzarlo. E adesso se lo gode.

FIORENTINA - Certo, Verona, Sampdoria, Lazio (e Cesena) approfittano delle tossine che avvelenano i muscoli dei faticanti bisettimanali. Il Milan no. Al solito, Inzaghi commenta una partita immaginaria, e fa tenerezza. Però rivela un clamoroso problema di comprensione tattica quando giganteggia la particina della sua squadra, forte solo sulle contingenti debolezze della Fiorentina, un po’ confusa dalle novità di formazione e di assemblaggio. La catena di destra dei viola (Richards, Aquilani, Rosi) è male assortita, improvvisata, e lì con Menez e Bonaventura nasce qualcosa di spontaneo, mica di governato. Infatti produce il giusto, e dura poco: quando Montella sistema la Fiorentina, il campo s’inclina, la palla è sempre verso la porta del Milan. L’arrembaggio alterna eroismi a disordini, come accade nei recuperi che l’approssimarsi dello scadere rende affannosi, ma l’impregna anche di coraggio. I gol arrivano da due giocatori di calcio autentici, Gonzalo Rodriguez e Joaquin: il primo è un difensore che ha segnato 15 gol in due campionati e mezzo (Gervinho se li sogna). Il secondo è poetico per indole e pensiero, visse annate eccezionali nei primi anni del millennio (pensa un po’) ma se vuole in Italia può vivere uno splendido e lungo viale del tramonto. I gol arrivano in fondo anche perché (al solito) la partita del Milan è così casuale che non ha punti di riferimento né tattici né di gioco a cui aggrapparsi, e i cambi tolgono, anziché aggiungere. Il gol è splendidamente emblematico: la palla sbatte sul centravanti, fin lì (e dopo) del tutto ignorato da qualsiasi trama. Il Milan attraversa le partite, non le gioca, non le vive, non c’è guadagno dall’attività, non c’è crescita, anzi, la frustrazione aumenta le difficoltà, e consuma la reputazione rossonera, rafforzando qualsiasi avversario. La Fiorentina è all’opposto. Vive di certezze, non tutte all’altezza. È permeata di mentalità vincente, propositiva. La condotta è così ideale da essere spesso velleitaria, ma questa bella identità stilistica è un bene-rifugio che tiene la Fiorentina in corsa nelle Coppe, e ha collocato i viola nel gruppetto con Samp, Napoli, Lazio e Roma per questa nutrita e dunque bella volata Champions. E ogni tanto vale la pena ricordare che il quarto posto nella Coppa maggiore potrebbe arrivare anche dall’Europa League: da giovedì saranno in otto a lottarselo, potrebbe essere un modo eccezionale per invertire certi stanchi e deludenti destini.


Marco Bucciantini