23
Quando i terzini facevano i terzini e il loro compito era quello di annullare - con le buone o con le cattive - l’attaccante avversario, Tarcisio Burgnich era davvero il migliore di tutti, il più temibile e implacabile terzino destro italiano e uno dei due-tre a livello mondiale che avevano conquistato meritatamente la fama di duri. Erano gli anni Sessanta, in Italia dominava l’Inter di Helenio Herrera, catenaccio e contropiede, nella miglior tradizione della scuola italiana: Sarti-Burgnich-Facchetti, cominciava così la filastrocca mandata a memoria dalla generazione cresciuta in quel periodo, una colonna sonora di un film fatto di sequenze in bianco e nero e di canzoni perdute nel tempo.

Burgnich aveva un nome già ostico di per sé, come ce ne sono tanti dalle sue parti, a Ruda, provincia di Udine, in Friuli; aveva un corpo robusto, quasi tracagnotto, era d’acciaio, non è un caso che un compagno di squadra all’Inter - il capitano Armando Picchi - l’avesse battezzato la "Roccia". Cosa abbia significato Burgnich nella storia del nostro calcio si fa presto a dire: l’umiltà, la lealtà, la sobrietà di quei tempi, anni del boom economico e di un calcio che non c’è più. Era un vero sportivo, Burgnich. Un atleta duro, rispettoso dell’idea di sport, soprattutto un uomo pulito. Era anche un uomo coraggioso, disposto a dare tutto se stesso, capace - nel suo modo di stare in campo e di vivere la vita - di far emergere in sé quella carica di energia concessa ad ogni essere umano.

Nell’Inter del Mago - con cui vinse 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali - a Burgnich era delegato il compito di marcare il miglior attaccante avversario. Sull’altra fascia se ne andava al galoppo il suo amico Giacinto Facchetti, il primo terzino fluidificante nella storia del nostro calcio. A Facchetti lo legava un’amicizia sincera e duratura, erano due uomini d’altri tempi, silenziosi, umili. Rosalba Pistoresi, la moglie di Burgnich - conosciuta a Torino nel 1960, sposata nel 1963 e da cui ha avuto due figli, Gualtiero e Gianmarco - una volta scherzando disse che il marito "aveva passato più tempo con Facchetti che con me".

A differenza del collega, lui, Burgnich, pilastro dell’Inter e della Nazionale, raramente superava la metàcampo. In una di quelle occasioni speciali si spinse fino all’area di rigore avversaria, per segnare un gol che è rimasto nella leggenda: capitava a Città del Messico, durante la semifinale del Mondiale 1970, Italia-Germania 4-3, da leggere tutto d’un fiato. Si stava giocando il primo tempo supplementare e la Germania era avanti 2-1, Burgnich, cogliendo di rimbalzo un pallone vagante, portò gli azzurri sul 2-2, fornendo il piedistallo per tutto quello che sarebbe accaduto dopo. Fu il secondo dei suoi due gol azzurri (l’altro l’ava segnato in amichevole all’Austria). 66 le presenze in Nazionale dal 1963 al 1974, con la medaglia al petto della conquista dell’Europeo - l’unico nella storia azzurra - datato 1968. 358 le presenze in A con l’Inter (467 in totale), 5 i gol seminati nell’arco di dodici anni, dal 1962 al 1974, quando il club lo ritenne troppo vecchio e acciaccato - aveva già 35 anni - per poter dare ancora il suo contributo alla causa nerazzurra- Errore clamoroso, perché Tarcisio - nel Napoli di «O Lione» Vinicio - si riciclò da libero e giocando tre metri dietro la linea dei difensori - come si usava a quei tempi - visse ancora tre stagioni ad altissimo livello.
La forza di Burgnich era quella di anestetizzare l’attaccante avversario. Gli stava appresso, come una medusa. Si fece beffare solo dal più grande di quell’epoca, Pelè. Successe nella finale del 1970, quando O Rei saltò più in alto di lui e segnò il gol di apertura di Brasile-Italia 4-1. "Sono stato un pollo - raccontò anni dopo Burgnich - feci un passo avanti e lo persi per un attimo". Quell’attimo fu fatale. Tra l sue gioie più grandi ricordava sempre la Coppa dei Campioni, vinta contro il Real Madrid di Di Stefano; tra le sue delusioni - ovviamente - la finale del Mondiale persa contro il Brasile di Pelé nel 1970 ma anche la sfigurata uscita di scena dal Mondiale del 1974 in Germania, lì dove - contro la Polonia - giocò la sua ultima partita con la maglia azzurra.

Burgnich ha avuto una carriera lunga: Udinese (con cui aveva debuttato in A nel 1958), Juventus (con la vittoria dello scudetto), Palermo, Inter e Napoli; per poi dedicarsi al ruolo di allenatore, nel ventennio che va dagli anni ’80 al Duemila. A Como le soddisfazioni maggiori ma - pochi lo ricordano - è stato lui a far esordire in Serie A il sedicenne Roberto Mancini, capitava a Bologna all’alba degli anni ’80. Vide questo ragazzo così talentuoso e non ebbe dubbi: doveva giocare. Si era ritirato da tempo in Toscana, tra Viareggio e Altopascio, la terra di origine della moglie.

Ha seguito finché ha potuto il calcio, ma più di tutto si è goduto i cinque nipotini. Con loro Burgnich passava le ore più liete e si scopriva il ragazzo che era stato, ottimista e capace di sorridere alla vita, com’era nel privato con i suoi affetti e come all’inizio della sua storia, quando lasciò casa e andò a fare il suo mestiere in giro per l’Italia, giocare a calcio, con onestà e con rispetto.