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Sono passati 10 anni esatti dal giorno dell'insediamento di Urbano Cairo alla presidenza del Torino dopo il fallimento della società nel 2005 sotto la guida di Attilio Romero. In un'intervista a Tuttosport, il numero 1 granata ripercorre le tappe più significative, tra delusioni cocenti e momenti esaltanti, della sua gestione.


Presidente Cairo, un aggettivo per i suoi primi dieci anni di Torino.
"Emozionanti".

Tutto qui?
"Le sono sincero, il Torino mi ha cambiato la vita. Fare il presidente ti stravolge i ritmi, ti assorbe, ti contamina l'esistenza".

Ricorda il primo giorno da presidente, addì 2 settembre 2005?
"Ricordo benissimo. Sono stato a Roma il 31 agosto, con Giovannone, per le firme, poi sono rientrato a Milano. Il 2 ero a Torino, da Peveraro, e staccavo assegni. Comunque, le svelo un segreto: mi appunto ogni giornata su un diario, che custodisco in un cassetto a casa mia. Andrò a rileggerlo, per rivivere ora per ora quel momento - mi consenta - storico".

Da Papa Urbano, alla contestazione, a un nuovo stato di... grazia. Condivide questa istantanea della sua presidenza?
"Al di là dell'esagerazione, Papa Urbano ci sta. Nel senso che il Torino era appena fallito, arrivava una persona che piaceva per il modo di fare e di porsi, nell'immaginario collettivo è bastato poco per diventare il salvatore della patria". 

E dopo?
"Dopo non ho condiviso il Cairo braccino. Quella definizione mi è rimasta lì, perché non corrispondeva alla verità. E' vero che avevo ceduto due giocatori importanti come Cerci e Immobile, ma è altrettanto vero che ne avevo comprati altri, cito Quagliarella e Bruno Peres, e che stavo cercando di agire con intelligenza. E' finita la stagione di Cairo che approdava disperato all'ultimo giorno di mercato e si riduceva a pagare caro ciò che non andava bene alla squadra. Cairo braccino no, non mi è piaciuto. E poi, facendo la differenza tra le ultime due campagne di trasferimento".

Adesso, però...
"Percepisco un atteggiamento diverso nei miei confronti, è tornato l'entusiasmo e ne sono felice. Del resto ci siamo mossi per tempo, abbiamo impostato il mercato basandolo sui giovani. Lunedì, ultimo giorno di contrattazioni, non ho neppure messo piede all'Athahotel, l'acquisto di Prcic lo abbiamo effettuato via mail".

Già, anche Prcic...
"Me lo ha consigliato  Petrachi, è giovane, vedremo cosa saprà combinare".

Festeggiare i 10 anni al comando della classifica è un sogno.
"Certo, sono felice, ma voglio parametrami su più partite, non solo su un paio, nonostante fosse da oltre vent'anni che il Torino non si assicurava le prime gare di campionato. L'aspetto molto positivo è che abbiamo sempre vinto in rimonta, compreso in Coppa Italia contro il Pescara, una prova di forza".

Aperta parentesi: che effetto le suscita stare a + 6 sulla Juventus?
"Un bell'effetto. Non era mai successo sotto la mia presidenza, spero che duri. E qui mi fermo".

Diceva dell'ultima campagna acquisti...
"Abbiamo compiuto investimenti importanti sui giovani, con orgoglio le dico che i nostri quattro meravigliosi ragazzi, Baselli, Zappacosta, Belotti e Benassi, rappresentavano l'ossatura della passata Under 21. E che altri tre, Aramu, Parigini e Barreca, sono stati chiamati da Di Biagio nella nuova Under".

Il settore giovanile  campioni...
"Il mio obiettivo è di riformare una cantera che produca giocatori per la prima squadra, proprio come . Sono felicissimo per lo scudetto conquistato dalla Primavera, ma l'obiettivo deve essere sotto un certo aspetto superiore e più ambizioso".

Dalla Serie B all'Europa: 9 anni sono tanti o pochi?
"Siamo partiti fin troppo bene nel 2005/2006, centrando subito la promozione. E' lì che ho toppato".

In che senso?
"Sono onesto: come editore ho lanciato tre riviste, Di Più, D più Tv e Diva e Donna, che sono immediatamente state tra le più vendute, come presidente del Torino in 9 mesi e 9 giorni sono salito in serie A. Ho pensato di possedere la dote dell'infallibilità, di essere Re Mida. E ho cominciato a fare cose strampalate, come licenziare De Biasi prima che cominciasse il campionato. De Biasi che ho ripreso, rimandato via, ri-ripreso: anzi, approfitto dell'occasione per scusarmi con lui. Tornando a me, pensavo di aver capito tutto del calcio, ero fuori controllo. Invece il calcio è difficile".
Si spieghi.
"E' difficile capire qualsiasi mondo in poco tempo, nel calcio è tutto più complicato. E poi non si conoscono le persone, io nel calcio non sapevo di chi fidarmi e di chi no".

Per un pezzo lei è passato come un presidente che bruciava direttori sportivi e allenatori.
"C'era una learning con curve da percorrere. Veda, in una azienda normale, se sbagli un prodotto nessuno lo compra; nel calcio invece c'è la componente dei media e c'è la componente dei tifosi: se stecchi  tutto è amplificato e magari vengono ad aspettarti sotto casa. La retrocessione in serie B, sulla quale qualche dubbio continuo ad averlo, mi ha dischiuso un orizzonte: ho realizzato che bisognava affidarsi a giocatori che guardassero avanti più che indietro. Solo che per dare vita a un nuovo progetto dovevo togliermi di dosso certe zavorre. La stabilità è arrivata con Petrachi, che ho assunto nel dicembre 2009, su consiglio di un mio amico di Foggia, e con Ventura, che ho messo sotto contratto il 6 giugno 2011. Con il tecnico ci siamo visti a Milano, in un bar vicino al Teatro Dal Verme, e ci siamo accordati. Ogni anno, adesso, ci ritroviamo nello stesso bar per definire le strategie di consolidamento".

Ha mai pensato di vendere il Torino?
"Pubblicamente l'ho ventilato nel febbraio 2010, quando è apparso Tesoro, e poi più sommessamente nell'anno di Lerda. Il mio era un messaggio chiaro: se il problema sono io, se c'è una persona più brava di me e con più soldi, mi faccio da parte. Tesoro non possedeva queste caratteristiche".

Basta? Si parla anche di una cordata americana...
"Cose serie? Nessuna".

Il rimpianto più grande?
"Che non ci sia mia mamma a vedere questo Torino. Quando mi contestavano, lei mi difendeva. Poi arrivo a casa e mi diceva: si, però, Urbano... Almeno ha visto il Torino in serie A. Pensi, il giorno dopo la sua scomparsa, abbiamo vinto 5-1 contro l'Atalanta".

La gioia più grande?
"Le disegno il podio: gradino più alto alla prima promozione in Serie A, poi il campionato del settimo posto, poi l'anno scorso, con l'Europa League".

Il giocatore a cui è  più legato?
"Cerci, perché avevamo un rapporto speciale. E Darmian, un ragazzo serio e giusto. Le cito anche Ogbonna".

L'affare che non farebbe mai più?
"Perdoni: lo tengo per me".

Perdonato. E' vero che trattare con lei è impossibile?
"Una volta sei incudine e una martello. Prenda la trattiva per Belotti: Zamparini, memore del colpo Darmian, non mi ha scontato un centesimo".

Sta per partire la stagione dei rinnovi...  
"Con Ventura è nella natura delle cose, volevamo solo dare inizio alla stagione. Subito dopo a discutere di presente e di futuro con Glik e Maksimovic".

Quanto è stato difficile dire no a De Laurentiis?
"Era arrivato a 18 milioni. Non bastavano. E poi era mia intenzione dare un bel segnale ai nostri tifosi".

Si prepari al domandone: quando rivincerà lo scudetto il Torino?
"Le rispondo così. Dal 2001 in poi lo hanno conquistato solo Juventus, Inter e Milan. Negli anni Ottanta, invece, anche Sampdoria, Napoli, Verona e Roma. A stravolgere gli equilibri sono stati i diritti tv, l'elemento economico è determinante: il Torino fattura 60 milioni, la Juventus 350".

E il Filadelfia?
"Siamo vicini alla posa della prima pietra. C'è stato il bando d'appalto, il 15 settembre dovrebbe partire la macchina vera a propria. Entro il 2016 il Filadelfia dovrebbe rinascere".

Presidente, siamo alla fine. Un giorno lei confessò che sarebbe rimasto dieci anni al Torino. Il tempo è scaduto: cosa fa? Lascia o raddoppia?
"Altri dieci? Non vorrei esagerare. Altri cinque però sì, poi facciamo il punto della situazione. Il mio entusiasmo è inalterato, ho superato momenti difficili e non ho mai mollato. Si figuri se lo faccio adesso".