Avendola vista segnare quattro gol a Wembley e ridicolizzare, pressoché da sola, le avversarie della Nazionale inglese, so perché Carolina Morace venga considerata nel mondo una delle più grandi calciatrici di tutti i tempi.

Da allenatrice è stata la prima e, per ora, l’unica in Italia ad avere guidato una squadra professionistica maschile (la Viterbese in Lega Pro ed io ero presente al suo esordio vincente con il Marsala) e da c.t. il coach che ha portato la Nazionale femminile del Canada al suo primo Mondiale. Il Canada è un Paese di persone riconoscenti se è vero come è vero che, dopo aver conquistato il podio olimpico, ogni volta che incontrano Carolina il presidente e il segretario di quella federazione ancora la ringraziano per il lavoro svolto. Senza di lei - dicono - non saremmo mai diventati una Nazionale di primo livello.

La Morace avrebbe voluto fare di più con le azzurre (è stata la prima donna a guidarle anche se può sembrare strano, prima solo uomini), ma allora - parlo degli anni tra il 2000 e il 2005 - le calciatrici si allenavano tre volte la settimana e alla sera, dopo il lavoro. Adesso lo fanno tutti i giorni, quasi da professioniste (non fosse per lo status), la mattina e il pomeriggio. E questo spiega anche perché l’Italia di Milena Bertolini quest’anno andrà in Francia per un Mondiale a distanza di vent’anni.

Carolina ha viaggiato e vissuto molto. Dopo il Canada è stata per tre anni in Australia, dove ha fatto il direttore tecnico del settore giovanile di un club maschile, poi dal 2016 al 2018 è è stata il c.t. delle donne di Trinidad e Tobago, oltre che direttore tecnico di tutte le selezioni femminili della federazione.

Avrebbe potuto ricominciare dalla Nazionale sudafricana, ma non ci fu accordo sul contratto: “Però - precisa - non si è trattato di una questione economica. E’ che avevamo visioni diverse a proposito della competenza giurisprudenziale”. 

Carolina Morace è laureata in legge ed avvocato: “Lo studio è aperto e vi lavorano due brave cassazioniste. Io non pratico per ragioni di serietà. Primo, il diritto si evolve e bisogna seguirlo quotidianamente. Secondo, da quando ho smesso con il calcio giocato ho sempre fatto l’allenatrice e non riesco a immaginarmi diversa”.

Al Milan sei arrivata a giugno. La società è grande e blasonata, ma nel femminile è all’esordio in serie A. Ti è stato chiesto di perseguire un obiettivo particolare?
“Non mi è stato chiesto nulla, ma per il solo fatto di essere il Milan sappiamo che dobbiamo arrivare in alto. E la cosa positiva è che le ragazze hanno afferrato subito il concetto. Il nostro capitano, Daniela Sabatino, è milanista (in realtà lo è anche Raffaella Manieri, capitano in recupero da un infortunio n.d.r.), indossare questa maglia e quella fascia non può che essere un motivo di orgoglio”.

Comunque è il primo anno di una squadra assemblata, non è vero che il Milan ha acquistato il Brescia e si sono solo cambiate le maglie.
“Sono d’accordo, ma il Milan è un grande brand e arrivare in Champions è il nostro obiettivo”.

Quindi dovete arrivare primi o secondi. 
“Sì, nelle prime due”.

Anche se avete una panchina così corta?
“Perdere con la Fiorentina, per di più in dieci contro undici, ci sta. La Fiorentina è stata costruita per vincere, noi siamo nell’anno di transizione. Però sappiamo anche che siamo state elogiate per il bel gioco e sappiamo come abbiamo perso i punti. Tutte queste consapevolezze ci devono dare la fiducia nei nostri mezzi”. Insomma mi pare che, nonostante il Milan abbia perso la testa della classifica a vantaggio della Juve, da voi nettamente battuta nello scontro diretto, non ti voglia nascondere.
“E’ giunto il momento in cui tutti si devono assumere la propria responsabilità. Adesso si vede la giocatrice di livello da quella che non lo è. Le ragazze mi conoscono, sanno come la penso, sanno soprattutto che le rispetto. Il calcio lo stanno facendo vedere, ma sappiamo anche come e dove  abbiamo sbagliato”.

Allora se pronuncio la parola scudetto tu non neghi.
“Io dico che dobbiamo dare il massimo sempre perché siamo il Milan e perché abbiamo magini di crescita. Dobbiamo arrivare il più possibile vicine alla vetta. Poi se saremo seconde, terze o quarte lo dirà la classifica”.

Ho visto alcune immagini televisive in cui parlavi con il nuovo amministratore delegato Ivan Gazidis. Lo conoscevi già?
“No, ma è stato molto gentile. Mi è venuto incontro, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Sono onorato di conoscere una delle leggende del calcio femminile”.

E tu?
“Michele Uva mi aveva detto che sei un grande appassionato di calcio femminile”. E lui: “E’ vero, ma Michele non sa quanto”.

Chi ti ha voluto al Milan?
“E’ stato Rino (sottintende Gattuso n.d.r.). Abbiamo lo stesso legale. Se io sono qua so chi devo ringraziare”.

Quindi non prenderesti mai il suo posto?
“Non scherziamo. Ho la qualifica per farlo (l’abilitazione Uefa Pro n.d.r.), ma ne passeranno tanti di anni prima che succeda”.

Intendi che una donna guidi una squadra di serie A maschile in Italia?
“Sì, certo. Sai cosa mi ha detto una volta Walter Sabatini di cui ho una stima immensa?”

Cosa ha detto?
“Carolina so bene che potresti allenare i maschi, ma non ti chiamerei mai. Perché se fallissi, direbbero che è successo perché sei donna. E a me imputerebbero di aver scelto una donna, senza valutare la professionista che sei”.

Mi dici qual è il sistema di gioco che preferisci?
“Nella mia carriera ho usato più di tutti il 4-3-3, ma quest’anno avendo la Giuliano che per me è una trequartista, ho fatto anche il 4-3-1-2”.

Princìpi di gioco?
“Te ne dico uno solo altrimenti mi copiano. In possesso di palla il rispetto dei giusti tempi di smarcamento”.