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Aver anticipato i tempi, rendendo il Milan immediatamente competitivo per lo scudetto a pochi mesi dalla riconquista di una Champions League che mancava da 7 anni, potrebbe aver fatto perdere di vista che uno dei segreti della prepotente cavalcata rossonera negli ultimi due anni della gestione pioliana sia stato assecondare la sua "anima operaia" (o casciavìt, per dirla alla milanese). Una squadra costruita con un mix ben bilanciato di talenti in rampa di lancio e di elementi di maggiore esperienza, ma soprattutto una giusta miscela tra calciatori che spiccano qualitativamente ed individualmente e altri definibili perlopiù funzionali ai princìpi di gioco sponsorizzati dall'allenatore. Che, da un po' di tempo a questa parte, sembra aver messo da parte la preziosa lezione di un passato nemmeno così lontano per provare a rendere il suo Milan più imprevedibile con altri interpreti, ma non necessariamente più efficace.

LA SCELTA - Lo 0-0 col Bologna di lunedì rientra nella casistica degli esperimenti non andati a buon fine, di uno in particolare: la rinuncia a giocatori di grande dinamismo e con buona gamba sulla trequarti per insistere sulla ricerca dell'uno contro uno con alternative di tasso tecnico superiore. Sempre meno spazio dunque ai Krunic e ai Saelemaekers - e l'idea Kessie da incursore utilizzata con parsimonia - per privilegiare la presunta capacità di Brahim Diaz e Messias di creare la superiorità numerica tra le linee. Un piano teoricamente corretto nella concezione più moderna che si può avere del calcio di oggi, in cui i duelli individuali sono divenuti tremendamente determinanti nell'economia di una partita. Un piano che però presenta qualche crepa se la cifra tecnica dei protagonisti su cui stanno cadendo le scelte di Pioli non è poi così risolutiva e se, soprattutto, fa venire meno una delle prerogative del calcio predicato dall'allenatore emiliano.
IL COMPROMESSO NON PAGA - L'alta intensità in ogni zona del campo, il recupero del pallone immediato e la capacità di rimanere compatti e corti sono concetti applicabili con determinati interpreti - e porta indiscutibili vantaggi nell'imporre il proprio predominio - e più difficili da realizzare con altri. E il gioco non vale la candela se il sacrificio di certe caratteristiche per avere maggiori soluzioni e più giocate "destabilizzanti" negli ultimi 30 metri non si rivela produttivo. Maldini e Massara sono pienamenti consapevoli che per le stagioni che verranno sarà un imperativo categorico alzare il tasso medio di qualità dell'intero organico per mantenere stabilmente il Milan al vertice, possibilmente offrendo una prospettiva anche in ambito internazionale. Lo sa lo stesso Pioli, bravissimo a trascinare prima del previsto un gruppo di calciatori di livello medio in una corsa per il titolo che nessuno aveva indicato come priorità assoluta. La squadra dei sogni resta tale, per ora, e per giocarsi fino in fondo le proprie carte nella volata decisiva di questo campionato serve forse un po' più di sano realismo. Essere consci dei propri limiti è tutt'altro che un'ammissione di resa e proprio questo Milan lo ha dimostrato a più riprese.