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Era il 5 ottobre 2019 quando, nonostante la vittoria in rimonta sul campo del Genoa, il Milan decideva formalmente di dare il benservito a Marco Giampaolo dopo appena due mesi dall'inizio della stagione e cambiare allenatore. Sfumata l'idea di affidare la panchina a Luciano Spalletti, la scelta di Maldini e Boban cadde su Stefano Pioli, chiamato a risollevare una situazione decisamente problematica dal punto di vista tattico e di fiducia nei confronti dell'allenatore abruzzese, ma tutt'altro che disastrosa sotto il profilo della classifica. Dopo 7 giornate, i rossoneri erano sì quattordicesimi ma a soli 4 punti dal 4° posto occupato dal Napoli, oggi con Pioli - a 10 partite dal termine - il ritardo dall'Atalanta è di 15 punti.

MA QUALE BEATIFICAZIONE - Col tecnico emiliano, il Milan ha certamente trovato un equilibrio di squadra e un senso del gruppo - rivalutando anche individualità prima dimenticate come Theo Hernandez, Bennacer, Castillejo e Rebic - che con Giampaolo apparivano pressoché inesistenti, cancellando il ricordo della preziosa eredità lasciata da Gattuso. Ma da qui a passare all'opera di beatificazione di Pioli, a cui si sta assistendo da alcune settimane a questa parte - non appena è diventata sempre più concreta l'ipotesi rivelata in esclusiva da calciomercato.com dell'arrivo di Ralf Rangnick nella galassia rossonera - ce ne passa. Nessuno può mettere in dubbio la dignità del lavoro svolto in questi mesi complicati dall'ex allenatore di Lazio, Inter e Fiorentina e la sua statura dal punto di vista umano, ma troppo spesso in Italia si confonde la valutazione sulla bontà caratteriale di una persona col suo rendimento come professionista.
IL FATTORE IBRA - Pioli ha certamente dei meriti nell'aver riportato il Milan a una distanza interessante dalla Roma, la prima big sconfitta in campionato dopo una lunga serie di insuccessi, dando un senso a un finale di stagione che può ancora regalare una qualificazione all'Europa League. E ha certamente l'attenuante generica di aver raccolto una squadra costruita ancora una volta in maniera poco omogenea e tuttora con diverse lacune. Ma con altrettanta onestà, bisogna riconoscere come - da gennaio in avanti - preziosissimo sia stato il contributo di un certo Zlatan Ibrahimovic nell'aumentare la consapevolezza e la dose di carisma di un gruppo senza grandi punti di riferimento. Anche a 38 anni, lo svedese ha saputo accendere la scintilla, sin dal primo giorno dopo il suo arrivo, coinciso con la tremenda debacle di Bergamo, lo 0-5 per mano dell'Atalanta che rappresenta uno dei punti oscuri della gestione Pioli.

GLI STESSI LIMITI - I pari interni con Lecce, Sassuolo, Sampdoria, Verona e il ko prima della sosta per il coronavirus contro il Genoa (da aggiungere all'1-1 in superiorità numerica con la Fiorentina) sono dei passaggi a vuoto che sono costati punti preziosissimi per consentire al Milan di restare in linea di galleggiamento e non accumulare un distacco diventato sempre più abissale nei confronti della zona Champions League. E anche il gap tecnico e di personalità con le squadre davanti in classifica non è stato colmato: in campionato, all'andata contro Roma e Lazio sono arrivate prestazioni incerte e altrettante sconfitte, con la Juventus si è ripetuta la stessa storia delle passate stagioni, buone prove ma mai condite da un risultato positivo. Ma il rimpianto più grande resta certamente l'ultimo derby con l'Inter, chiuso sul 2-0 nel primo tempo e clamorosamente dilapidato nella ripresa. In sintesi, con Pioli il Milan è migliorato, è diventato più regolare, ma non è stato certamente ribaltato: massimo rispetto, ma la beatificazione anche no.