Implode il Cesena, affossato dai debiti. Il club romagnolo è fallito. Addio serie B. Si riparte dai dilettanti. Tutto già visto, tutto già sentito. Il Cesena si è inabissato, ripartirà dai Dilettanti, zavorrato da un debito di 73 milioni, una cifra folle accumulata dopo anni di gestione sbilenca, con i bilanci in rosso e un presidente - Giorgio Lugaresi - che in questo ultimo mese ha alternato momenti (pochi) di fiducia ad altri di depressione, come quando - nelle ore più drammatiche - aveva annunciato il suo suicidio con una lettera aperta alla città.

Il club bianconero si è visto negare dall’Agenzia dell’Erario l’ennesima proposta di transazione fiscale. 78 anni di storia - di cui 13 in serie A e addirittura una partecipazione alla Coppa Uefa 1975-76 - cancellati in un attimo. Nessuno si prenda il lusso dello stupore: negli ultimi 15 anni sono state escluse dai campionati professionistici italiani ben 148 squadre. Siamo al default già da un pezzo. La calcolatrice inchioda il nostro movimento alla sua fragilità: ogni anno spariscono in Italia una decina di club.

«Mai più casi come quello del Parma», avevamo sentito sentenziare dai vertici della Figc nell’estate del 2015. Tre anni fa. Nel mentre, ai fallimenti abbiamo fatto l’abitudine. L’udienza del fallimento del Cesena è fissata per il 9 agosto. Ma ormai Lugaresi ha gettato la spugna. Siamo ai titoli di coda. I giocatori saranno tutti svincolati. Il 18 maggio - battendo 1-0 la Cremonese all’Orogel Stadium Manuzzi - la squadra di Castori aveva conquistato una meritata salvezza che in Curva Mare era stata festeggiata con «Romagna mia», vero e proprio inno della squadra bianconera.

Nel grande mare della memoria ritroviamo momenti epici, piccoli e grandi eroi della pedata cesenate, pomeriggi che ancora oggi - anche solo ad evocarli - innescano il rimpianto nostalgico del tempo che fu. la prima volta in serie A nel 1973, con Gigi Radice in panchina. La sfida col Magdeburgo in Coppa Uefa, un mercoledì di fine settembre del 1976, 3-1 per il Cesena e tripudio alla Fiorita. Un tackle di capitan Ceccarelli, un dribbling filosofico di Gusto Scala. Osvaldo Bagnoli in panchina con un cappotto di cammello. Un inciampo grammaticale del mitologico presidente Edmeo Lugaresi, che rimase in sella dal 1980 al 2002. Una fuga in contropiede di uno dei giocatori più amati di sempre, Walter Schachner. E poi il Cesena di Seba Rossi, Rizzitelli, Alessandro Bianchi. Un gol di sguincio del Condor, Massimo Agostini. La promozione in A con Marcello Lippi in panchina. Un pallonetto di Dario Hubner detto Tatanka. La grinta di Piepaolo Bisoli e Fabrizio Castori, gli ultimi due allenatori dal cuore grande capaci di riaccendere l’orgoglio bianconero.

L’ultima serie A è datata 2011-12. Il resto è un lento scivolare nell’abisso dei debiti, «Like a Rolling Stone», tra falle mai toppate e qualche avventuriero senza scrupoli. E dunque: il Cesena riparte dalla serie D. Tutto già visto, tutto già sentito. La storia recente ci dice che qualche società - dopo il fallimento - si è mondata ed è tornata a rivedere la luce, altre invece sono sparite, come capitava in certi film in bianco e nero, in controluce, con le immagini che sfumano a poco a poco.