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L'eroe ha nervi d'acciaio e scarsa confidenza con la luce dei riflettori. Un professionista tutto d'un pezzo, direbbe qualcuno. Zero eccessi, emozioni gestite col bilancino. La notte di Udine non ha rivoluzionato vita e pensieri a Christian Puggioni, uno dei grandi protagonisti, tre giorni fa, dell'esaltante qualificazione del Chievo ai quarti di finale di Coppa Italia. Lui la prende proprio bassa, quasi che quei tre, quattro prodigi in faccia a Ekstrand, Di Natale, Floro Flores, Gelson Fernandes fossero appena un dovere. Probabile che i tifosi la pensino diversamente. Probabile che il club abbia ottenuto importanti conferme sul suo valore. Probabile che nei riflessi di Puggioni, in un paio di sue acrobazie, nella lucidità dimostrata nei frangenti caldi dell'agone ci fosse anche il grande desiderio - a lungo represso - di dimostrarsi all'altezza del Chievo, della Serie A, di una categoria poco, troppo poco frequentata finora. Tuttavia, almeno a parole, il risveglio dopo il colpaccio non è stato vissuto con particolare eccitazione: «Ho fatto colazione, ho badato a mio figlio. Sinceramente non è cambiato nulla. Mi sono alzato esattamente come mi succede tutte le mattine». Niente di niente? Nessun residuo di adrenalina? «No, sono solo prestazioni. Nel senso che so cosa è successo, l'ho vissuto, so che è stata una cosa importante ma so anche che c'è subito da pensare al campionato e al Palermo. Per come sono fatto guardo avanti, il passato è passato». Però si rende conto di avere dato una grande dimostrazione: ai tifosi che la conoscevano poco, al club... Magari anche a se stesso. «È vero, magari i tifosi non mi conoscevano ma io sì. So quello che posso dare, so cosa ho fatto l'anno passato, due anni prima, nei campionati precedenti... So con che spirito e con che presupposti sono arrivato al Chievo. So che prestazioni devo offrire e so come mi devo allenare».

Nessuna sorpresa insomma? «Lo sarà stato per qualcuno. Per altri un po' meno. Il direttore, per dire, è molto attento agli acquisti che fa. Altrimenti il Chievo non sarebbe dov'è adesso». A proposito, visto che ne ha accennato: con che spirito e con che obiettivi era arrivato a Verona? Il ruolo di riserva era stato preventivato? «A dire la verità non era stato neanche preso in considerazione. Non mi sarei mosso da una società, pur di Serie B, importante come la Reggina. Nella quale avevo ricordi importanti, relazioni importanti. In effetti i presupposti erano diversi. L'idea era quella di partire quantomeno per giocarmi il posto». Però? «Però per vari motivi le cose sono andate in un'altra maniera. Sta poi al giocatore e al suo modo di essere professionista farsi trovare comunque pronto. Attenzione: parlo senza voler fare la minima polemica, sempre nel massimo rispetto dei ruoli e delle scelte delle persone». Pentito? «Diciamo che quello del secondo è un ruolo che non ho mai fatto e che non credo di essere tagliato per fare. Ma ora non è il momento di creare casi: io penso solo a lavorare per il bene della società». Gennaio significa anche mercato aperto: nessuna tentazione? O Puggioni vuole... vincere la Coppa Italia col Chievo? «Il discorso è semplice: quando un giocatore è di proprietà di una società conta cosa vuole fare la società. La volontà del giocatore arriva in un secondo tempo». Puggioni, qual è il suo modello di portiere? «È sempre stato Angelo Peruzzi. Come impostazione, come tipologia, come interpretazione del ruolo». Torniamo alla notte di Udine: qual è stata la parata più difficile? «Direi quella su Di Natale all'inizio del secondo tempo anche se magari ha più ritorno e più valore quella fatta al 91' sul 2-1». Di Carlo le ha fatto qualche complimento particolare? «Mannò. Certo c'era tanta euforia: passare dove aveva vinto solo l'Arsenal in tutta la stagione è qualcosa di davvero importante. Anche perché hai voglia a parlare di turnover ma loro in campo avevano Di Natale, Handanovic...». E l'assalto dell'Udinese nella ripresa? Come sono stati vissuti dalla sua porta? «Con la consapevolezza che era una partita da chiudere nel primo tempo. Massimo controllo delle emozioni, comunque. Io, per il ruolo che faccio, so di dover essere sempre freddo, lucido, per dare le giuste direttive ai compagni. Soprattutto nei minuti finali. Io ci ho perso la Serie A qualche mese fa proprio al 91'... Quindi massima concentrazione fino alla fine». E la punizione di Di Natale? Qualcosa non ha funzionato? «Io avevo chiesto tre uomini in barriera per avere la traiettoria pulita. Poi si è allungata, non mi ricordo se per colpa di Abdi, di Basta che si sono messi a fare il quarto... Di Natale ha calciato su Cruzado che forse si è un po' abbassato e io la palla l'ho vista solo lì. E quando la palla passa la barriera è già tardi». Però l'aveva quasi presa. «Io ho provato ad arrivarci, se era un pochettino più vicina la mandavo fuori. Lui è stato molto bravo».

Campionato e Coppa Italia: che idee vi siete fatti sulle vostre prospettive? «Io credo che non dovrebbero esistere competizioni più o meno importanti. Ogni giocatore quando indossa la maglia della sua squadra deve sempre dare il massimo. Per il club, per i tifosi. Guai a snobbare l'impegno. È sempre il Chievo che va in campo». Beh, a Udine ve la siete giocata di sicuro. «È stata sicuramente una delle note positive della serata. Siamo stati bravi a rimanere uniti, a lavorare di squadra. Siamo stati bravi a soffrire assieme, anche chi è subentrato. Abbiamo fatto tutti una grande partita». Ce lo starete facendo un pensiero alla semifinale. «Adesso c'è il campionato e la partita col Palermo. Quando sarà il momento ricominceremo a pensare al Siena e alla Coppa Italia. Sempre determinati a fare il massimo». Quanto al Palermo? «Buona squadra, ultimamente ha cambiato qualcosina, a partire dal tecnico. Non viene da un periodo felicissimo e avrà voglia di rivalsa un po' come noi dopo la sconfitta di Roma, con due rigori. Credo che ci sian tutti gli ingredienti per una bella partita».