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Si comincia a parlare del rinnovo del contratto di Stefano Pioli, in scadenza alla fine della presente stagione, giugno 2023. Lui è felice e orgoglioso di restare sulla panchina rossonera, per cui il rinnovo al 2024 finirà per essere una formalità, offrendo al tecnico (oggi a quota 145 presenze) la possibilità di arrivare ai confini con la top 5 degli allenatori rossoneri, dopo Rocco (459), Ancelotti (420), Viani (376), Capello (300) e Liedholm (280), ma davanti a Sacchi, oggi al sesto posto (220).

I meriti di Pioli nella crescita del Milan sono evidenti e riconosciuti da tutti, eppure anche dopo la conquista dello scudetto, il club rossonero ha aspettato che cominciasse la stagione successiva prima di affrontare con l’allenatore la questione rinnovo. Proprio come l’anno scorso, quando l’accordo arrivò a novembre. Una sana precauzione, giusto per capire che il vento spirasse sempre nella giusta direzione.

Solo per aver chiesto spiegazioni sul passaggio di proprietà - dovute per un club che ha milioni di tifosi - e su un cda che risulta ancora a maggioranza Elliott, qualcuno ci ritiene ostili alla gestione che il fondo americano fa del Milan. Niente di più impreciso, se è vero che siamo qui a rilevare, sottolineare e applaudire quella che ci sembra una decisione saggia e opportuna, e soprattutto a confrontarla con la stortura che per analoga questione si è un’altra volta manifestata in casa Inter. Perché evidentemente, gli errori non sempre insegnano qualcosa. Siamo sempre di fronte al modo “vecchio” di fare mercato o gestire il club, sovrapposto a un modo “nuovo”, più “sostenibile”.
Anche Simone Inzaghi aveva il contratto in scadenza al giugno 2023, ma in estate, poche settimane dopo la chiusura della stagione, Marotta gli ha offerto il rinnovo fino al 2024, lo stesso che Pioli deve ancora discutere, con ricco adeguamento dell’ingaggio, passato da 4 a oltre 5 milioni netti. Segnale evidente che per il club, l’allenatore aveva ampiamente superato l’esame del primo anno. Non così per parte della critica, dei tifosi, e probabilmente della squadra (Calhanoglu dixit). Perché firmare il 21 giugno e non aspettare di capire come sarebbe ripresa la stagione? Di intuire la direzione del vento?
Probabilmente, Marotta voleva dare un segnale di fiducia all’allenatore, o forse anche fargli accettare il possibile ridimensionamento della squadra, che poi a conti fatti non c’è stato. Resta che dopo aver perso lo scudetto in volata (ma vinto 2 Coppe contro la Juventus), Inzaghi ha avuto subito quello che non ha avuto Pioli, che lo scudetto aveva invece vinto.

Spalletti nell’agosto del 2018 aveva il contratto in scadenza al giugno 2019 e gli fu prolungato per 2 anni (non da Marotta), fino al 2021. Troppi, perché a gennaio del 2019 era già stato preso Conte, che sarebbe poi arrivato a luglio. Per questo Spalletti, offeso, rimase a libro paga dell’Inter fino all’ultimo giorno, rinunciando anche all’offerta del Milan, nell’ottobre dello stesso 2019: guadagnò 4,5 milioni per 2 anni, senza rischiare nulla, molto di più di quanto avrebbe incassato col Milan. Un errore che costò all’Inter 18 milioni lordi, ma che evidentemente non ha suggerito un’altra strada ai dirigenti nerazzurri, che hanno affrontato la questione del rinnovo con Inzaghi, subito dopo la fine del campionato, a un anno dalla scadenza del contratto. Un altro errore, alla luce di come è cominciata la stagione, col vento che ha cambiato direzione. E' vero che l’Inter fa ancora in tempo a riprendersi (è a 2 punti dal Milan, ma non è solo dalla classifica che si giudica l’avvio nerazzurro), ma che male c’era a rinnovare anche solo a Natale il contratto dell’allenatore? Così, il rischio grave è che le eventuali decisioni tecniche siano ostaggio dei bilanci in profondo rosso.

@GianniVisnadi
 



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