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Cosa diventano gli stadi quando non svolgono più il loro compito, quello cioè di accogliere lo spettacolo sportivo? Abbiamo provato a dare una risposta, ragionando su quello che sta succedendo in questi giorni di piena emergenza coronavirus. Sono ore in cui vediamo stadi di tutto il mondo - come chiese sconsacrate - cambiare la loro destinazione d’uso. La notizia di due stadi tra i più celebri del mondo, la Bombonera e il Bernabeu offerti dai rispettivi club - Boca e Real - al governo perché possano diventare ospedali da campo o comunque luoghi dove poter raccogliere medicinali e attrezzatura sanitaria, ci fa ripensare a quanto queste cattedrali possano diventare - in tempi di guerra come quella attuale - veri e propri rifugi per l’umanità. Sempre e comunque, gli stadi rappresentano un pezzo fondamentale nel paesaggio sentimentale dei tifosi di tutto il mondo. Negli stadi dove fino a poche settimane fa - e sembra una vita - si giocava a pallone; oggi lavorano gli assistenti sanitari stanno lavorando per costruire tende per ospedali da campo.

Abbiamo visto tutti i questi anni stadi abbattuti perché vecchi, poco funzionali e poco moderni; molti di noi ci hanno lasciato spesso un pezzo di cuore, sempre un ricordo. Qualche stadio si è rifatto il look, altri sopravvivono insieme alla loro leggenda. Dove c’era Highbury ora c’è un complesso residenziale, il «Manè Garrincha» di Brasilia è diventato un deposito di autobus, al Dorico di Ancona ci giocano a rugby. Non si sa mai cosa può diventare uno stadio, quando smette di svolgere la sua funzione primaria: ovvero ospitare lo sport e dentro lo sport accogliere l’uomo nella sua migliore espressione fisica. Negli stadi sono successe cose orribili. La dittatura ha usato gli stadi per farne luoghi di prigionia: nell’Estadio Nacional di Santiago - negli anni ’70 - il regime di Pinochet torturò migliaia di persone. Ma anche cose belle. Il Louisiana Superdrome di New Orleans quindici anni fa diventò un grandissimo rifugio per sfollati che scappavano dall’uragano Katrina: chi riuscì ad arrivare lì, salvò la propria vita.
In Italia la FIGC presieduta da Gabriele Gravina ha messo a disposizione del sindaco di Firenze Dario Nardella il Centro Tecnico Federale di Coverciano, luogo iconico nella storia della nazionale. In Brasile e in Argentina, con i contagi che crescono e l’emergenza sempre più insistente, molti club hanno offerto il loro impianto alle autorità locali, affinché venga utilizzato nella gestione sanitaria della pandemia. In un momento in cui il pallone ha smesso di rotolare e il nostro calcio continua a litigare su tutto, tra illusioni e conti da salvare, dai calendari farlocchi ai tagli ipotizzati agli stipendi, pensiamo che questo sia un segnale significativo: la Casa degli Azzurri - quindi per estensione la casa di tutti noi tifosi italiani - potrà diventare probabilmente un luogo dove le vite potranno trovare ristoro e cure. Ora siamo qui a registrare l’utilizzo dello stadio in un contesto sociale tutto nuovo, nella speranza che gli stadi tornino presto ad essere templi dove si celebra la religione del calcio.