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I Millennials degli altri giocano, crescono, segnano e vanno alla conquista della Champions. I nostri - gli italiani - ammuffiscono in panchina, peccano di personalità e qualità, li trovi nelle ultime file, dimenticati e dimenticabili un po’ per colpa loro e un po’ per colpa di chi li allena. In Europa c’è una nuova generazione che sta trovando la sua identità. E gli italiani? Non pervenuti (ad eccezione di Kean, poi ne parliamo). Diventano vecchi senza essere stati giovani. 

Gli altri intanto procedono a passo spedito seminando perle: Haaland (Borussia Dortmund, 2000: una la più straordinaria macchina da gol della sua generazione), Hudson Odoi (2000, protagonista l’altra sera nel poker del Chelsea col Krasnmodar), Ansu Fati e Pedri (i due gioielli 2002 del Barcellona), Bellingham (2003, già padrone del centrocampo del Borussia), Foden (2000, pupillo di Guardiola al City) che come compagno di squadra ha Ferràn Torres (2000, in gol nelle prime due gare di Champions), Greenwood (2001, Manchester Utd: a segno contro il Lipsia), ovviamente il talentuosissimo Sancho (2000, Borussia pure lui), senza contare i talenti dell’Ajax, il burkinabè Traorè (2001), l’esterno brasiliano Antony (2000), quel Gravenberch che già viene definito il nuovo Pogba (2002, scuderia Raiola), Fabio Vieira del Porto (2000). Non ci siamo dimenticati del campione d’Europa Davies (2000) e vogliamo qui citare anche Kulusevski (2000), unico juventino a «giocare da Juve» in Champions, il ventenne che sta mettendo in discussione le certezze di Dybala, che al suo confronto sembra già vecchio (compirà 27 anni il 15 novembre).

Nomi questi da segnare sul taccuino, ragazzi da seguire perché saranno loro - in tempi brevissimi - a defenestrare i top-player di oggi, da Messi e Cristiano Ronaldo in giù. E’ un ricambio generazionale che finalmente sta prendendo forma e che ha avuto nel 21enne Mbappè (1998) il fratellino maggiore dei Millennials. 
L’unico italiano a mettere la testa fuori dal guscio - come abbiamo detto all’inizio - è il tanto vituperato Moise Kean (2000), sempre più protagonista nel Psg: doppietta a Istanbul e consacrazione anche da parte dell’Equipe. Forse in Francia Kean troverà le soddisfazioni che l’Italia gli ha negato e tra un anno ci sarà la coda per prenderlo. Per ora Kean gioca e lascia il segno, mentre il suo coetaneo Sandro Tonali, per dire del più celebrato dei ventenni italiani, tentenna, è in perenne stand-by, fatica a conquistare la fiducia di Pioli e a prendersi le chiavi del Milan. E mentre l’unico vero difensore ventenne crack del nostro campionato è l’albanese Kumbulla (2000), ma la sensazione è che alla Roma ci resterà poco: i grandi club hanno già messo gli occhi su di lui.

Insomma; gli allenatori dei top-club europei non hanno timore nel lanciare i ventenni, a noi invece - come opportunamente sottolinea Mario Sconcerti nel suo «Cappuccino» - tocca sentire Pirlo che - dopo la figuraccia col Barcellona - si attacca al fatto che Bentancur è giovane e non ha esperienza internazionale. Giovane, a 23 anni. E senza esperienza, al quarto campionato con la Juventus. Avanti così. Poi non stupitevi se il calcio italiano rimane indietro rispetto al resto d’Europa.