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L'ex presidente della Lazio Sergio Cragnotti ieri sera ha rilasciato una lunga intervista all'emittente Sport Uno. 'Inizialmente la Lazio rappresentava per me un hobby, una diversificazione delle mie attività industriali - ha ricordato l'imprenditore, condannato per il crac della Cirio -. Siccome in famiglia avevo un fratello tifoso laziale, che premeva che entrassimo nel mondo del calcio, ho aderito a questa iniziativa. Tutto è iniziato con una trasformazione della società Lazio, che in quei tempi navigava tra Serie A e B da diverso tempo. Credemmo allora di fare qualcosa d'importante e di portare delle idee nuove del calcio italiano. All'epoca furono investiti circa 30 miliardi di lire, una cifra importante. Fu un'entrata graduale: prima con il 10%, poi il 25% e successivamente prendemmo il 100%. Eriksson? Lo scelsi per vincere, il cambiamento però tardò ad arrivare e questo mi fece tentennare. Cercai allora Capello, che prima accettò e poi ci ripensò. E forse quella fuga di notizie fu la molla per spingere Eriksson e la squadra a centrare i traguardi che ci eravamo prefissi. Mancini? Era un grande campione e anche un uomo di personalità e di grande intelligenza. Alla fine il rapporto si rovinò per ragioni personali, ma più per eventi esterni che per cose interne alla Lazio, al rapporto con la banca e la famiglia Geronzi'.

'Con Calciopoli qualcosa si è scoperto su come era governato allora il calcio italiano e si è capito perché abbiamo vinto così poco - ha sottolineato Cragnotti -. Moggi? Era un grande dirigente e un grande conoscitore. E lavorare per una grande società che influenza direttamente la conduzione del calcio gli permetteva di alzare la voce in momenti particolari. Lo scandalo passaporti? A quanto ne sapevo Veron era senz'altro italiano, aveva parenti italiani. Ma il problema è stato creato dai regolamenti, dai vincoli che spingevano qualcuno ad aggirare le regole. Le plusvalenze? Siamo stati i primi a farle, ma noi le facevamo vere, apportando grandi vantaggi economici al bilancio della società. Il mio addio alla Lazio? Non credo che sia stato il presidente Geronzi a decidere di far mancare il sostegno alla mia idea industriale e calcistica, ma la la situazione riguardava tutto il gruppo. Quello che la banca non ha sostenuto è stato il mio progetto industriale globale, e il sostegno è venuto meno da chi partecipava alla conduzione della banca e che faceva parte dell'equipe di Geronzi. In poche parole, qualcuno vicino a Geronzi non avevano capito il valore del progetto industriale ed è stato un peccato. Gli attacchi di Lotito? Gli dico solo di prendere il bilancio al 31 dicembre 2002 e di confrontarlo con il bilancio che ha trovato. Le risposte sono lì dentro. Io posso rispondere fino a quella data, perché sono uscito all'inizio di gennaio del 2003, quindi non so cosa possa essere successo. Io credo che Lotito abbia fatto quello che si prevedeva e che poteva fare. Ha tirato fuori da una crisi profonda la società e gli ha dato una stabilità. Senza dubbio per ottenere i grandi risultati servono grandi investimenti, quindi credo che il presidente dovrà fare uno sforzo, oppure chiedere aiuto all'azionariato per sostenere un grande progetto che possa portare la Lazio ad essere nuovamente una grande realtà nel mondo del calcio'. 

'Il grande progetto industriale di Lazio e Roma si è interrotto bruscamente con l'uscita di scena del sottoscritto e di Franco Sensi - ha dichiarato Cragnotti -. Quando sono stato costretto ad uscire dal calcio, noi eravamo primi o secondi in classifica e il progetto era avviato per consentire alla società di restare in modo permanente al vertice. E anche Sensi era riuscito a costruire un grande progetto che si è interrotto a causa della sua malattia e della mancanza di continuità. Io e Sensi volevamo far diventare Roma anche la Capitale del calcio italiano, sconfiggendo il provincialismo, e per qualche anno ci siamo riusciti, perché arrivavamo sempre primi, secondi, al massimo terzi. E con la nostra presenza al vertice avevamo eliminato squadre del Nord che l'avevano sempre fatta da padrone. Poi si è tornati indietro; questo è un limite che deve essere superato. Anche Inter e Milan stringono alleanze e si scambiano i giocatori: si può fare una battaglia per una partita di calcio, ma non su una visione strategica del calcio'.

'In Italia non c'è ancora una mentalità societaria, ma ci si lascia governare da una persona a 360 gradi - ha concluso l'ex patron biancoceleste -. Oggi le cose stanno cambiando, anche se molto lentamente. Il calcio italiano manca di mentalità imprenditoriale, anche a causa dei limiti imposti da regolamenti antichi. Non si riesce a considerare una società di calcio come una realtà industriale. Nonostante tutti questi limiti non mi sono mai pentito di essere entrato nel mondo del calcio, perché ho ottenuto il massimo che si può ottenere, ovvero il risultato finale, la vittoria. Anche se per arrivarci è servito molto tempo. Mi è mancata solo la Champions League, alla quale volevo arrivare attraverso un progetto industriale che la Federcalcio rifiutò, ma che poi in seguito hanno copiato tutti. La mia preparazione internazionale mi faceva passare per un innovatore e mi ha consentito di fare cose che in Italia non faceva nessuno, come la quotazione in Borsa della società. I club inglesi hanno fatto la loro fortuna con la quotazione in Borsa, ma in Italia non è stato così, anche per colpa delle tante, troppe regole. E questa limitazione causata dalla troppa burocrazia era ed è una forte limitazione per il calcio italiano e per l'intero sistema Paese. Le azioni di una società di calcio sono viste come un mezzo per speculare, tramite un evento, una vittoria. Il mio intento invece era dare alla società un sostegno permanente, per finanziare quei progetti che avrebbero consentito alla società di crescere, e la quotazione era il mezzo per realizzare tutto questo, per portare la società fuori dal mercato romano, nel mercato globale. Come ha fatto ad esempio il Manchester United. Io, tramite le vittorie in campo nazionale e internazionale, volevo portare la Lazio a quelli livelli. Ricordo che quando ero presidente e stavo spesso in Inghilterra per lavoro, la maglia della Lazio si vendeva come prima maglia nei negozi ufficiali del Manchester United, era esposta all'entrata, a dimostrazione che venivamo considerati una squadra vincente. Non in ambito regionale, ma mondiale. Senza dubbio oggi per un club la cosa più importante è essere riconosciuti come una realtà mondiale di un sistema che coinvolge miliardi di persone. Io ci avevo provato coinvolgendo grandi investitori stranieri, ma evidentemente non erano ancora maturi i tempi. Noi nel 2000 e nel 2002 eravamo troppo avanti. Oggi, come è successo con l'Inter e come succederà con altri, i capitali stranieri arriveranno nel calcio italiano se il calcio italiano saprà dare delle assicurazioni agli investitori. Che non sono legate solo al risultato sportivo, ma alla possibilità di avere un ritorno in rapporto al capitale che si investe'.