Nonostante le mie opinioni sulla Juventus non siano sempre condivise, conservo molti amici tra i tifosi bianconeri. Uno è Paolo Bertinetti, professore emerito all’Università di Torino, già Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere del medesimo ateneo. Nel suo libro “Solo Noi - storia sentimentale e partigiana della Juventus -“ edito da Rizzoli, Bertinetti ha la bontà e cortesia di dedicarmi due riferimenti assai importanti per quanto riguarda il tempo della mia direzione a Tuttosport e quello, successivo, a Calcio GP, settimanale da me fondato. Quelle parole le conservo tra le testimonianze più preziose, anche perché all’inizio del capitolo 12, esattamente a pagina 219, si parla esplicitamente del mio “allontanamento” da Tuttosport come di una operazione di “pressioni” e di “minaccia”. Cause del tutto trascurate dall’intera stampa, sportiva e non, del panorama italiano.

Un altro amico è Antonello Angelini, un pasdaran della causa bianconera, che si è fatto conoscere per molti interventi assai radicali su quotidiani, radio e tv nazionali. Con lui mi scontrai a proposito del caso-Conte (di cui parlerò anche in questo pezzo), sui meriti di Allegri e anche sulle capacità di Marotta. E’ stato proprio Antonello a suggerirmi, con una buona dose di masochismo, il tema che vado a proporvi. Eccolo: da Calciopoli in avanti non c’è stagione nella quale la Juve non sia in qualche modo coinvolta o sfiorata da questioni scottanti, spiacevoli o, per lo meno, antipatiche. Come se fosse condannata a pagare il fio alla sua grandezza, come se i successi, legittimi, chiari e inequivocabili (mi riferisco per lo meno agli ultimi sette anni), ottenuti sul campo, venissero disturbati da un’increspatura, non fossero del tutto lindi o intaccati, avessero qualche ombra impossibile da scacciare. Angelini mi ha detto: possibile che non ci sia mai una ragione per godere completamente dei nostri successi? Ed è partito con un elenco che, effettivamente, è lungo e preoccupante.

Calciopoli (primavera-estate del 2006) è la madre di tutte le sventure. Non solo la cosiddetta giustizia sportiva sottrasse titoli e trofei alla Juve infangandone la storia recente, ma venne anche distrutto il parco giocatori con le partenze di Ibrahimovic e Vieira insieme all’immagine di un club storico. Comunque la si pensi (io, per esempio, credo che la vicenda nacque all’interno dei diversi rami della Famiglia, che sarebbe dovuta essere un’opera di “sputtanamento” di Giraudo e Moggi per allontanarli dal comando del club, che alla fine sfuggì di mano e divenne una mezza catastrofe economica e sportiva), Calciopoli rappresentò uno choc sia per lo sport più popolare in Italia, sia per la società civile. Tuttavia non è di questo che intendo parlare. Il mio è solo un catalogo di fatti infelici e incresciosi che hanno popolato di fantasmi le vittorie bianconere.
Dopo Calciopoli ci fu Scommessopoli (2012) con il coinvolgimento e la condanna per omessa denuncia di Antonio Conte. Chi mi legge conosce la mia posizione in merito, va tuttavia rimarcato che, all’epoca dei fatti contestati, Conte non era né l’allenatore, né un tesserato della Juventus, bensì del Siena. Tuttavia, proprio come un boomerang, quella sentenza lo privò temporaneamente (tre mesi) proprio della panchina della Juve alla quale era tornato da allenatore, vincendo subito. Si scrisse di tutto. Che Conte si sarebbe dovuto dimettere. Che la Juve avrebbe dovuto licenziarlo e sostituirlo. Che Conte non avrebbe avuto diritto ad allenare la squadra per l’intero periodo della squalifica per omessa denuncia. Che la Juve combinava le partite, perché, se certe pratiche erano avvenute in passato, nessuno poteva escludere fossero state in vigore anche dopo. I più generosi andavano ripetendo un ritornello qualunquistico ma molto in voga: per una ragione o per l’altra, la Juve in queste faccende è sempre in mezzo.

E così, andando a rovistare tra la memoria e l’archivio, spuntano l’inchiesta di Guariniello sullo Stadium a rischio crollo e il caso Mutu con la Juve, alla fine scagionata (2015), ma in un primo tempo (2013) condannata ad un maxi risarcimento. L’inchiesta Alto Piemonte, di cui si è tornati a parlare in questi giorni e che sarà oggetto di una puntata di Report lunedì 22 ottobre, è del 2017. La magistratura ordinaria non ha indagato nemmeno un rappresentante della Juve. Ritenuta, anzi, vittima di minacce e pressioni. Quella sportiva ha assolto il presidente Andrea Agnelli dall’accusa di rapporti con la criminalità organizzata. Tuttavia, dagli scarti delle intercettazioni di un’indagine che ha condotto ad un processo giunto al secondo grado di giudizio, salta fuori un colloquio di Marotta nel quale l’ex ad chiede ad un giornalista de La Gazzetta dello Sport di trattare la storia che lo riguarda senza associarlo iconograficamente a dei pregiudicati. Qualcuno ha voluto ricondurre il comportamento di Marotta alla ragione della recente rottura del rapporto con Agnelli. Niente di più falso: a Marotta non è stato rinnovato il contratto perché Agnelli voleva dare più spazio a Paratici e perché Marotta non aveva condiviso per niente l’affare-Ronaldo.

A proposito del quale ci si riferisce per l’ultimo “scandalo” in casa Juve: quello del presunto stupro ad una modella in un locale di Las Vegas. Roba vecchia di nove anni fa, quando CR7 era un calciatore del Real Madrid, club capace di silenziare certe notizie.  Ma per il tifoso della Juve ce n’è abbastanza: in campo la squadra vince sempre, ma fuori soffia la bufera. La calunnia, ammesso che solo di questo si tratti, non è un venticello.