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Ogni tanto parte la regolare raffica di ostilità contro gli arbitri. Se agiscono bene passa in giudicato, tutt’al più un 6 e mezzo in pagella. Se si presume che sbaglino, titoli e sommari di fuoco: “X rovina la partita”, “Z il peggiore in campo”. Di norma, tocca un po’ a tutti. La ragione prima è l’appartenenza o il bacino della testata a una certa squadra. Non parliamo delle radio o delle TV locali specializzate nella corrida e nel solito copione, che prevede, per tutti, lo stesso meccanismo: in caso di insuccesso la colpa è quasi sempre dell’arbitro, se le sconfitte si susseguono, della società. Pensiamo non solo a tifosi dietro a un microfono, anche a quelli che dovrebbero essere prima di tutto dei critici e degli osservatori.

Intanto si continua a parlare dell’ arbitro e non della squadra arbitrale. E l’arbitro viene criticato sempre anche quando la decisione finale appare inappuntabile. Non lo fanno solo allenatori, dirigenti, presidenti; anche gli ex colleghi. Per esempio, c'è chi bacchetta Di Bello che “sbaglia sul primo rigore” e puntualmente, conferma l’ex Bergonzi. L’errore sarebbe quello di non aver fischiato immediatamente la massima punizione. Ma il VAR non è lì per questo? Per aiutare gli arbitri in campo a prendere la giusta decisione? Sì, ma perché l’arbitro in campo non la prende direttamente lui? E via così. Stesso trattamento per Valeri in Inter-Napoli: “Perché non ha fischiato subito?” Quando, invece, la considerazione da fare sarebbe: “Alla fine è stata presa la decisione giusta”. 

Le polemiche nei confronti degli arbitri riguardano anche i cosiddetti “rigorini”, quelli che non ci sarebbero del tutto, che sono in dubbio. Alfiere di quest’opinione è Capello e dietro di lui, a ruota, un congruo numero di allenatori: ultimo Sarri, secondo il quale Cataldi che frana su Morata senza sapere nemmeno dove sia il pallone è un “rigorino”. Pensiamo, invece, che quando ce ne siano gli estremi, i rigori vadano concessi, al di là delle statistiche internazionali. E anche l’idea della valutazione dell’ intensità delle spinte in area (copyright: Capello) è alquanto discutibile: dipende dalla dinamica e dalla velocità. Se sfioro o tocco il mio avversario da fermo la spinta è relativa, se lo faccio quando è lanciato basta un nulla per squilibrarlo. Se si vogliono dare meno rigori si riveda la discutibile regola che ogni braccio largo, anche quello per attutire una caduta o per saltare, è sempre rigore. Ma, d’altra parte questa regola non fu introdotta per ridurre la fatidica e criticata “discrezionalità”?
Gli arbitri, infine, andrebbero lodati per la loro pazienza. Quante volte vediamo calciatori scalmanati, insistenti, urlanti, minacciosi, avventarsi contro il direttore di gara? Uno specialista è Bonucci, ma nell’ ultima domenica, Cataldi s’è superato dopo aver falciato Morata, s’è rialzato e a continuato ossessivamente a inseguire l’arbitro, a insistere che non era rigore. Lo ha fatto anche dopo il fischio finale del primo tempo, senza rimediare nemmeno un’ammonizione. E non basta avere ragione, contano i modi: Inzaghi dopo la mano di Koulibaly nella propria area sembrava un tarantolato senza freni e stavolta s’è preso il doveroso giallo. Chissà cosa avrebbe dovuto fare Pioli nel derby Inter-Milan quando ha visto concedere contro il Milan (da arbitro e VAR) un rigore molto dubbio per presunto fallo di Kessié su Calanoglu. E’ stato semplicemente zitto, durante e dopo. S’è comportato secondo  la regola (non lamentarsi per le decisioni avverse), con la correttezza d’un signore. Forse i più oggi direbbero d’uno stupido.

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