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    Da simbolo di pace a megafono per la guerra, la festa macabra di Putin riscrive la storia dello stadio Luzniki

    Da simbolo di pace a megafono per la guerra, la festa macabra di Putin riscrive la storia dello stadio Luzniki

    • Marco Bernardini
      Marco Bernardini
    Appena quattro anni fa, nel 2018, lo sguardo del mondo era totalmente puntato sullo stadio più bello e più grande dell’intera Russia, il Luzniki. Al suo interno si giocava la finale del campionato del mondo di calcio. Un appuntamento planetario dal significato più ampio rispetto ai confini sportivi. Un inno alla competizione leale e quindi la celebrazione della pace come prezioso bene comune. Avrebbe vinto la Francia nei confronti della Croazia. Irrefrenabile fu l’entusiasmo di Macron in tribuna con Putin seduto al suo fianco come spettatore super partes.

    Quattro anni dopo l’autocrate russo e il presidente francese si sentono quasi tutti i giorni per telefono senza che quei colloqui riescano a dare un senso definitivo e positivo al dramma in atto nel mondo. Intanto la Russia, anche sportivamente, è stata isolata dal resto delle altre nazioni e il suo nome non figura più tra quello dei partecipanti prossimi al Mondiale in programma nel Qatar. Anche per lo stadio che prima di essere ammodernato e ribattezzato era intitolato a Lenin, ieri è stata riscritta la sua storia davanti agli occhi del mondo.

    Vladimir Putin, con un giubbotto anti proiettile addosso, ha fatto la sua entrata in scena sul palco allestito sul terreno del Luzniki come una vera rock star. Gli spalti gremiti all’impossibile e all’esterno un mare di gente che seguiva l’evento sui maxischermi. Ovunque e anche disegnata addosso quella lettera dell’alfabeto, la "Z", fino a poco tempo fa marchio simboleggiante la giustizia del paladino Zorro contro il potere corrotto e oggi sigillo di una guerra combattuta “per la vittoria”. Canti, musica, gente festante e sorridente, slogan nazionalisti, fuochi di artificio e le parole del profeta di una Grande Russia che sfacciatamene citavano la Bibbia e Gesù Cristo. Oltre confine, in Ucraina, piovevano razzi e continuava il macello iniziatosi venticinque giorni fa. Due immagini che stridevano, atterrivano e provocavano vergogna per un minimo di umana sensibilità.

    Non è certamente la prima volta che, specialmente i dittatori, usano gli stadi per trasformarli da luogo di pace e divertimento in teatri dell’orrore. La festa macabra di ieri a Mosca, dove ipocritamente è vietato pronunciare la parola guerra, è l’altra faccia della storia che vide sempre gli stadi diventare autentiche prigioni popolari dove negli spogliatoi venivano consumate le peggiori delle torture. Dalla Germania di Hitler, all’Argentina di Videla, al Cile di Pinochet. La morte della ragione. Putin ha scritto un’altra pagina di quelle storie e tutto il mondo lo ha visto.

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