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Il mio Maradona è diverso, credo, da quello offerto in questi giorni di commemorazione del grande calciatore. E’ poco agiografico, molto umano, abbastanza personale, nel senso che l’ho conosciuto e frequentato anche in maniera diversa da quella tipica – diciamo – giornalistica. A Torino dopo una sua partita gli ho organizzato uno studio televisivo di emergenza: uno sciopero aereo gli aveva impedito di tornare a Napoli in tempo per una sua trasmissione presso una legatissima, importante e –penso – generosa emittente partenopea. Lo avevo visto esordire in Italia con il Napoli a Verona, avevo ritrovato con lui l’oriundo nostro, da me conosciuto con Sivori a Buenos Aires, che era arrivato dall’Argentina per fargli agli inizi da interprete. Più volte a Napoli per lavoro, gli ero quasi amico: da qui la sua richiesta, nello spogliatoio dopo il match, di inventargli nella mia città uno studio per la trasmissione. E ricordo che a Soccavo, il posto degli allenamenti del Napoli, lo avevo elogiato per come si era prestato a insegnare a calciare punizioni letali ad un ragazzino promettente, un certo Gianfranco Zola. Aveva gradito.

Trasmissione ok (c’era anche Pesaola, ricordo), Diego mi disse che era in debito con me di un favore, e me lo annotai in testa. Vissi fra l’altro a Capodichino l’attesa vana di lui, il Napoli doveva volare a Mosca per la Coppa dei Campioni, Diego – si seppe facile - era a casa strafatto, arrivò il giorno dopo con un volo privato, giocò ma fu una sconfitta, sotto la neve. Un giorno “Sports IIlustrated”, il periodico Usa che è un po’ bibbia, mi chiese di organizzare un incontro col campione e di aiutare, pagato bene, un suo eminente inviato speciale che doveva intervistare appunto Maradona. Mi ricordai il credito di un favore, Diego giocava a Torino e glielo dissi nello spogliatoio, ok rispose, ci vediamo al match prossimo, a Milano. A San Siro c’era il giornalista appena arrivato dagli Usa, non c’era Diego nel senso che ci dribblò, dicendo che non aveva tempo, dovevamo andare a Napoli. Eccoci allora a Napoli, Diego ci disse di passare prima da Raffaella, segretaria sua, per i dettagli (!?). Facile capire che voleva soldi, il giornalista disse no e scrisse lo stesso l’articolo bellissimo, raccontando tutto in maniera divertente. Venne intitolato ”Maradona prima donna”, nell’italiano del mondo operistico. Amen. Rimasi in credito.
Non so se Maradona sia stato meglio di Pelè, del quale sono scarsucci i riscontri filmati e televisivi. So che è stato un giocatore enorme, l’ho visto anche in Messico per il suo Mondiale dei due gol contro gli inglesi, uno fasullo di mano l’alro dopo una corsa-dribbling meravigliosa, infinita. Ho seguito il suo occaso, pesante e triste, con problemi di donne, moglie e figlie e figli e amanti, droghe, infarti, sfascio fisico, istrionismi assortiti, panchina travagliata dell’Argentina, panchine ultime povere e quasi squallide, allarmi su allarmi per una seria decadenza psicofisica, sino a quello drammatico per l’operazione (riuscita davvero, come dissero?) al cervello, e poco dopo l’annuncio della morte per problemi respiratori (Covid?). E adesso proprio non me la sento di associarmi all’agiografia quasi incondizionata, penso a quale esempio positivo per i giovani poteva, doveva essere lui, che ha frequentato sì Fidel Castro ma anche i camorristi napoletani, e sono triste per questa fine, piena di dolori oltre che di colori, di un immenso giocatore ed un piccolo amico.