Lautaro Martinez guarderà dalla panchina Juventus-Inter, seduto vicino a Spalletti, ma in realtà lontanissimo da lui. E così papà Martinez avrà la conferma che il tecnico nerazzurro è un “cagon”, uno che se la fa sotto cioè, perché non ha il coraggio di farlo giocare insieme con il suo amico e connazionale Icardi. Poi, magari, Lautaro entrerà nel finale, come altre volte, e magari sarà decisivo come è già successo al suo primo anno all’Inter, perché la sua presenza libera automaticamente spazi preziosi per il centravanti titolare, lui sì indiscutibile.

Nessuno sa quale futuro avrà Lautaro nell’Inter, ma per adesso una cosa è certa. Il tweet di papà Martinez non si è rivelato un assist, né per suo figlio, né tantomeno per Spalletti, pronto a rispondergli con una battuta polemica, facendogli notare che l’attaccante non è un bimbo che deve essere difeso dal genitore. La morale di tutto ciò è che hanno sbagliato tutti e due. Papà Martinez poteva limitarsi a legittime confidenze private, invece di attaccare “socialmente” l’allenatore di suo figlio, mentre Spalletti poteva evitare di rispondere in quel modo. A livello tecnico e tattico, invece, sorvolando sul termine usato, siamo più vicini alle idee del padre di Lautaro che a quelle del tecnico nerazzurro. La bravura di un allenatore, infatti, non si misura soltanto attraverso i risultati, che spesso dipendono dal rendimento e dalla qualità dei giocatori a disposizione, ma anche in base alla capacità di sfruttare i propri giocatori, adattando il modulo alle loro caratteristiche e non viceversa. E allora perché non provare con maggior convinzione, dall’inizio cioè, una coppia Lautaro-Icardi che renderebbe meno prevedibile la manovra dell’Inter, a maggior motivo in assenza del miglior Nainggolan, per motivi fisici, e del miglior Perisic per carenza di forma? 

Al di là di questi aspetti tecnico-tattici, il tweet di papà Martinez è soltanto l’ultimo esempio di contestazione dei genitori nei confronti degli allenatori dei rispettivi figli. Pochi giorni prima, infatti, era stato il papà di Rugani a lamentarsi dello scarso utilizzo del difensore nella Juventus tweettando “tra un po’ è finita”. Ormai è una moda, amplificata dalla facilità di comunicazione attraverso i social, che ha però radici diverse. C’è chi ha un ruolo ufficiale, come Wanda Nara la moglie di Icardi di cui è anche procuratrice, o come la mamma del francese Rabiot, che ne cura gli interessi condizionandone la carriera. Nulla, comunque, in confronto al caso clamoroso di cui fu vittima il Milan nell’estate del 1981.
Promosso in serie A dopo la retrocessione per lo scandalo scommesse, il Milan raggiunse l’accordo con il fortissimo attaccante belga Jean Ceulemans, vice campione d’Europa l’anno prima. Visite mediche superate, accordo sul contratto, strette di mano davanti ai fotografi con il vicepresidente Rivera, all’hotel Michelangelo vicino alla stazione Centrale di Milano, e arrivederci al raduno. Appena tornato a casa, a Bruges, Ceulemans però telefonò a Rivera dicendo che sua mamma era contraria al trasferimento e non si fece vedere mai più, rimanendo per sempre a giocare in Belgio. Storie di un altro secolo, quando non c’erano ancora i telefonini, né i social, ma c’erano già padri o madri che orientavano la carriera dei figli.

E allora evviva le eccezioni, per rimanere in ambito Milan, di papà Maldini, il grande Cesare primo campione d’Europa in maglia rossonera che non si permise mai, nemmeno all’inizio, di interferire nella carriera del figlio Paolo, direttamente o indirettamente, con una telefonata ai dirigenti o un’intervista ai giornali. Questione di rispetto e di stile. Lo stile Maldini appunto.