27
L’Education City Stadium di Al Rayyan ha ospitato l’ottavo di finale che ha visto incrociarsi Spagna e Marocco. Il match non è riuscito a trovare un padrone. Il risultato lo conosciamo tutti. Varie occasioni da una parte all’altra del campo ma gli spagnoli non sono riusciti ad abbattere il muro della difesa marocchina. Una prestazione super di Bono ed il palo di Sarabia, al 120° inoltrato, hanno costretto la gara ai tiri dal dischetto. Palo di Sarabia, errore di Soler e di capitan Busquets. La Spagna è fuori dai Mondiali. Un disastro. Un fallimento, l’ennesimo. Con tanto di record negativo annesso. La quarta eliminazione dalla Coppa del Mondo dopo un match terminato ai rigori. Mai nessuno ha fatto peggio nella storia dei Mondiali. Un flop che non trova scusanti immaginabili. E pensare che la Spagna aveva fatto sognare i propri tifosi: la scoppiettante prestazione contro la Costa Rica – partita vinta 7-0 – avevano proiettato gli iberici tra i grandi favoriti di questa Coppa del Mondo. Ma come da ogni sogno, il risveglio riporta tutto alla solida realtà. La sconfitta 2-1 con il Giappone ha iniziato creare i primi dissensi, i primi dissapori verso la nazionale iberica ed il gioco proposto: troppo Barça-centrico, troppo possesso palla sterile, poche manovre offensive degne di nota. La precoce uscita di scena contro il Marocco ha dato il via ad un ciclone mediatico che ha investito una ed una sola persona: Luis Enrique. Il tiki taka che aveva incantato lo scorso decennio si è trasformato nel tiki nada.

TIKI NADA – Spagna-Giappone ha registrato l’82% di possesso palla in favore degli iberici mentre nell’ottavo di finale contro il Marocco, Busquets e compagni si sono limitati – per usare un eufemismo – al 77%. 975 passaggi completati. Gol realizzati in due partite? 1. Tiri nello specchio contro i nordafricani? 1. Bono si è sporcato i guantoni per una sola volta durante il corso di tutto l’incontro – prima di neutralizzare i due tiri dal dischetto decisivi -. Poco, troppo poco per una nazionale così densa di gioventù e di grande talento. Basta pensare ai nomi di Gavi e Pedri – classe 2004 il primo e 2002 il secondo – ultimi due vincitori del Golden Boy Award. La Spagna è fresca ma pecca di brillantezza ed incisività. L’assenza di un vero numero 9 – Morata a parte, unico centravanti di ruolo presente nella rosa spagnola e sostituito in 3 occasioni su 4 – si è fatta sentire lungo il corso di tutta la manifestazione iridata. Gli iberici hanno faticato a trovare lo specchio della porta e non sono riusciti a capitalizzare le poche occasioni create. Il prolungato possesso palla mostrato nelle due ultime sfide è stato stantio, inutile, sterile. E le polemiche erano già partite ancora prima di atterrare in Qatar. La mancata convocazione di Sergio Ramos aveva fatto infuriare i tifosi spagnoli. Una scelta mai motivata e mai commentata da Luis Enrique stesso. Ma non finisce qui. Dopo l’eliminazione, le prime pagine dei maggiori quotidiani spagnoli non sono andati di certo per il sottile. Il crollo di una Spagna mediocreel fracaso del palazo monumental, scriveva Marca. Una struttura splendida al di fuori ma che nascondeva notevoli contraddizioni al suo interno. Contraddizioni che hanno finito per far cedere l’apparente bella struttura, facendo rimanere la Spagna con un pugno di mosche ed una valigia pronta per lasciare il Qatar. España cae en la droga, Pais. No, non si parla di stupefacenti – anche perché di stupefacente nella nazionale iberica c’è stato ben poco – ma si tratta di questa tendenza alla sopravvalutazione, all’eccedere verso la perfezione, al giro palla infinito, senza poi mai trovare una vera chiave di svolta alla partita. Ed ora, la Spagna ha trovato un colpevole. In un sondaggio pubblicato da Marcai tifosi delle Furie Rosse hanno indicato, come principale responsabile della disfatta, un solo uomo: Luis Enrique.
ESONERO GIÀ SCRITTO - “I primi tre che hanno calciato sono i nostri migliori tiratori ma i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli. Sono il primo responsabile dell’eliminazione. Ora non è il momento di parlare ma la settimana prossima discuterò del mio futuro con i vertici della Federazione e con il presidente Rubiales”. Parlava così, a Cadena Ser, il commissario tecnico spagnolo al termine della sfida contro il Marocco. Lo stesso quotidiano spagnolo invocava una ed una sola decisione: dimissioni. La federazione iberica non aveva più alcun tipo di fiducia nel suo CT e si aspettava un passo indietro da parte del proprio allenatore. Luis Enrique chiedeva tempo, meditava sul da farsi: “Non posso dire nulla per un motivo molto semplice: non so cosa farò. In ogni caso il mio futuro non è importante. Per la decisione ci sono varie cose da tenere in considerazione: da una parte il mio contratto scade, dall’altra io sono felicissimo in nazionale e con la federazione, il rapporto con Rubiales ed il dt Molina è eccezionale e se fosse per me resterei qui tutta la vita, ma non è il caso. Ora devo riflettere con tranquillità per fare la cosa migliore non solo per me ma per la nazionale. Il risultato di oggi influisce, tutto influisce. Devo tornare a casa”. Ma il tempo è finito. La notizia è ufficiale: la RFEF ha sollevato Luis Enrique dall’incarico di commissario tecnico della nazionale maggiore spagnola. Ringraziando l’allenatore asturiano per il lavoro svolto negli ultimi quattro anni, la federazione si è già iniziata a muovere alla ricerca di un sostituto. La scelta è caduta su Luis De La Fuente, ormai ex allenatore dell’Under 21 iberica, ideale per proseguire il progetto tecnico. Per Luis Enrique è arrivato il tramonto della sua esperienza come ct della Spagna. Un gioco mai decollato, un amore mai pienamente sbocciato. La storia iberica per Luis Enrique termina qui. Il tiki taka svanisce dalla panorama mondiale. Ora, non rimane nada.