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A Venezia, a poche ore dall’apertura della Mostra del cinema, il protagonista assoluto ieri è stato lui, Aurelio De Laurentiis: «Variety», la bibbia dello spettacolo internazionale, lo ha festeggiato al Danieli con il «Variety Profile in Excellence», un prestigioso premio alla carriera, definendolo «l’unico produttore italiano che ancora emana quella grandeur genuina data da un rapporto simbiotico con una vasta audience».

Dalla sua i tanti film di Natale campioni di incasso, e la capacità di scoprire e valorizzare talenti, di intuire strade nuove, di rischiare. Insomma, le stesse doti che lo hanno imposto nel mondo del calcio.

Anche qui l’audience è vasta, presidente.
«Vero, prima o poi vorrò fare un bellissimo film sul calcio».

Il clima non sempre è benevolo, però. Cedendo Quagliarella ha fatto piangere parecchi tifosi.
«Avranno pianto di più quelli della Juventus alla fine della partita con il Bari».

Certo, lo sport è fatto di emozioni.
«Capisco che è più difficile gioire della continuità, ma bisogna pensare in prospettiva. Nel pallone come nel cinema».

A proposito: il prossimo film di Natale si fa in Sudafrica perché ci sono stati i Mondiali?
«Ci pensavo già da qualche anno, direi da prima di ”Natale a Rio”. Ho una mia mappatura dei luoghi più interessanti».

Questa volta della squadra farà parte Belen, la sudamericana più famosa d’Italia.
«Sarà un’entomologa che parte alla ricerca di un insetto rarissimo e sulla sua strada incontra Massimo Ghini e Giorgio Panariello. I due pensano di regalarsi un safari con lei, ma ne passeranno di tutti i colori. Nell’altro episodio, invece, i protagonisti saranno Christian De Sica e Max Tortora. Li abbiamo fatti diventare fratelli».

Sempre per restare in tema di sudamericani, una curiosità: perché ha dichiarato di preferirli, tra i calciatori, ai napoletani?
«Chiariamo: io ho detto che sono stato snobbato dai calciatori napoletani quando stavamo in serie C e anche in B. Sembrava che Napoli fosse uscita dal loro cuore perché non era in A. E allora ho cominciato a disamorarmi di quegli atleti che, una volta lontani, dimenticano il feeling con la loro città. Io l’amore per Napoli non l’ho mai perso, porto dentro di me il sentimento che era di mio nonno e di mio padre».

E quindi?
«Quindi mi è venuto da pensare che i sudamericani, spesso ragazzi di città piccole e disagiate come le nostre degli anni Cinquanta e Sessanta, avessero più spirito di sacrificio. Però, nello stesso tempo, stiamo investendo nel vivaio. Maiello, il centrocampista che viene dalla Primavera, ad esempio, me lo tengo stretto».

In Svezia, dopo la cessione di Quagliarella, i tifosi l’hanno molto contestata: le è dispiaciuto?
«Il tifoso è tifoso, ha un suo linguaggio, non lo puoi discutere. Pensa che si debba comprare quello ”che costa ’e ’cchiu”. E che facciamo, i bravi che costano poco li lasciamo agli avversari? Io vado dove sta la capacità professionale. Gli appassionati vorrebbero che dal mercato arrivassero sempre novità ”a molti zeri”, noi dobbiamo seguire il regolamento imposto da Platini e rientrare in certi parametri di bilanci virtuosi. Quei club che non ce la faranno saranno spazzati via dall’Europa. Poi, se qualcuno più furbo di me fa operazioni di mercato negli ultimi giorni facendo impazzire la propria piazza, è un altro paio di maniche. Io ho già speso le mie carte con Cavani, Sosa, Yebda. E Dumitru, il nuovo arrivato: un ragazzo di 19 anni, una bomba».

Niente fuochi d’artificio, nel rush finale del mercato, dunque.
«Niente fuochi, le pazzie le lasciamo agli incoscienti. Io ho la responsabilità di non far fallire più il Napoli, e di costruire mattone dopo mattone una squadra forte. Lavorando con lo stesso rispetto che ho per il cinema».