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Pare che il ritorno di Gigio Donnarumma a San Siro sia uno degli eventi più attesi dalla curva milanista. Pare che, come già accaduto in passato, lo aspetti una calorosa accoglienza fatta di fischi e cori non proprio amichevoli. Donnarumma tornerà nel suo stadio da titolare, non del Paris Saint Germain ma della Nazionale. Potrebbe essere produttivo un armistizio in omaggio alla maglia azzurra con cui ha vinto il campionato d’Europa. I tifosi, anche quelli più arrabbiati e delusi dal suo trasferimento, potrebbero soprassedere e rinviare a una prossima sfida del Milan col Psg l’ondata di insulti. Speriamo davvero che il buonsenso abbia il sopravvento perché ricordiamo bene cosa accadde trent’anni fa, in un’altra città e per un altro tumultuoso trasferimento, ancor più di quello di Donnarumma in Francia.

Nel maggio del ‘90 Roberto Baggio venne ceduto dalla Fiorentina alla Juventus alla vigilia del raduno della Nazionale per il Mondiale. Baggio, come Donnarumma, tornò a Firenze per la prima volta da juventino non con la maglia bianconera ma con quella azzurra. Aveva 23 anni, era un ragazzo completamente frastornato, si sarebbe ripreso (e alla grande) solo durante il Mondiale, ma quei giorni furono tremendi. A Firenze era scoppiata la guerriglia, feriti, arresti, sommosse in ogni angolo della città, la palazzina dei Pontello, all’epoca in piazzale Donatello, proprio sui viali centrali della città, e quella della società viola in piazza Savonarola, erano assediate. In questo clima rovente Baggio tornò a Firenze, dopo che la Fiorentina aveva perso la Coppa Uefa, fra furenti polemiche, proprio contro la Juventus. All’epoca gli allenamenti erano a porte aperte e Azeglio Vicini, il ct di quella Nazionale, pur temendo la reazione dei tifosi fiorentini, lasciò aperte anche quelle del centro tecnico di Coverciano che in linea d’aria dista dal Franchi più o meno un chilometro.
Al primo allenamento, sulla tribunetta del campo di Coverciano c’erano cinquecento tifosi non della Nazionale ma della Fiorentina quando Baggio uscì dallo spogliatoio accanto a Schillaci, suo futuro compagno di club. Mentre camminavano uno accanto all’altro verso il centro del campo, con Baggino con lo sguardo che non si alzava da terra, Totò gli mise un braccio intorno al collo forse per sollevarlo un po’, ma fu come dare il via all’ennesima contestazione. “Schillaci non lo toccare, Schillaci non lo toccare”, si alzò il coro velenoso degli ultrà viola. E andò avanti così per quasi mezz’ora, con i cori contro gli juventini, fin quando Vicini non si avvicinò alla tribuna e chiese ai tifosi una specie di armistizio. Il tentativo del commissario tecnico andò a vuoto, Coverciano chiuse le porte e presto la Nazionale si trasferì nel ritiro di Marino, sui castelli romani.