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Per anni ha guidato il sistema del doping di stato in Russia. Poi è caduto in disgrazia agli occhi di Putin e per questo è dovuto fuggire negli Usa. E adesso che sente di non essere a rischio, il dottor Grigory Rodchenkov ha deciso di raccontare la sua verità. Lo ha fatto in un libro uscito due giorni fa negli Usa e intitolato “The Rodchenkov Affair. How I brought down Putin's secret doping empire” (“Il caso Rotchenkov. Come ho abbattuto l'impero segreto del doping di Putin”). Una formula che invero, specie nel sottotitolo, è parecchio tirata. Come lo stesso Rotchenkov riconosce, non è stato certo lui a “abbattere” (brought down) il sistema russo del doping di stato. I primi a denunciarlo (e a dover riparare all'estero) furono i coniugi Stepanov, Victor e Yulia. Quando ciò accadeva il dottor Rodchenkov era ancora in sella, alla guida del laboratorio antidoping russo. Che a sua volta svolgeva la missione esattamente opposta a quella che il nome lascerebbe intendere. Un po' come se le direzioni investigative antimafia si occupassero di fare anti-antimafia. Questo è stato il senso del lavoro di Rodchenkov, che ha raggiunto il culmine con le Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi. Le più fasulle e inquinate nella storia dell'olimpismo moderno, volute dal presidente Vladimir Putin e celebrate nella sua località prediletta di vacanza. In occasione di quei Giochi la rappresentativa russa vinse 33 medaglie, di cui 13 d'oro.

Ex atleta a sua volta dopato, laureato in chimica, capo del laboratorio antidoping dal 2005 fino a poco prima di fuggire negli Usa (2015), il sessantunenne Rodchenkov aveva già affidato parte delle proprie verità a Bryan Fogel, il regista del documentario Icarus (2017, FOTO) dedicato proprio allo scandalo del doping di stato russo e vincitore dell'Academy Award 2018. Le sue rivelazioni gli sono costate una querela per diffamazione negli Usa, spiccata nel 2018 dalle biathlete Olga Zaytseva, Yana Romanova e Olga Vilukhina, e finanziata dall'oligarca russo Mikhail Prokhorov (proprietario della franchigia NBA dei Brooklyn Nets, nonché amico di Putin). Le tre sono state private delle medaglie vinte a Sochi 2014 e adesso chiedono un risarcimento da 10 milioni di dollari a testa. A questa mossa Rodchenkov ha risposto con una controquerela nei confronti di Prokhorov, appellandosi alla legislazione anti-SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), cioè le querele spiccate da soggetti potenti col solo scopo di intimidire e zittire voci contrarie dello Stato di New York.
Nelle pagine del libro pubblicato due giorni fa Rodchenkov offre nuove e clamorose rivelazioni. Ne parleremo più a fondo nei prossimi giorni, dopo averlo letto. Per il momento diamo conto di quelle che sono state anticipate nel corso della campagna di lancio del libro, che fra le altre tappe ha previsto un'intervista rilasciata a BBC e l'anticipazione di ampi stralci da parte del magazine settimanale del quotidiano francese L'Equipe. Fra le tante rivelazioni, due sono particolarmente sconcertanti e riguardano l'epoca in cui era ancora in vita l'URSS. Una concerne il boicottaggio del comitato olimpico sovietico contro le Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Che secondo Rodchenkov sarebbe avvenuto non già come ritorsione al boicottaggio Usa delle olimpiadi di Mosca 1980, ma perché nel frattempo gli standard dei controlli antidoping si erano elevati e ciò avrebbe messo a rischio molti atleti dell'allora URSS. L'altra rivelazione è relativa ai Giochi di quattro anni dopo, Seul 1988. Rodchenkov afferma che gli atleti sovietici si dopassero addirittura all'interno di un laboratorio segreto ricavato in una barca, ormeggiata nel porto della capitale sudcoreana. Storie grottesche e tutte da dimostrare. Ma che di sicuro proiettano ulteriori ombre su un sistema sportivo nazionale malato da ben prima che Putin scalasse il potere.

@pippoevai