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Al pari di Napoleone Bonaparte nell’isola di Sant’Elena, Silvio Berlusconi da oggi avrà parecchio tempo per pensare e per riflettere. Un Oceano di ricordi tempestato da isole di rimpianti. Nessun pentimento. Materiale per coloro che sbagliano. Lui, così è che pensa, errori non ne ha mai fatti e se cli fosse concesso replicherebbe ogni cosa in copia carbone.

Il Cavaliere ha chiuso ieri pomeriggio sul tardi il suo corposo romanzo epico durato trent’anni. Dal giorno in cui, era il 1992, venne eletto per plebiscito presidente del nuovo partito da lui fondato, Forza Italia, è scese in campo con la forza e la violenza di un uragano sparigliando i canoni della politica.
Subito amato e subito odiato come accade da sempre per chi tuba il sonnolento e noioso “tran tran” della quotidianità dove, come faceva osservare il Gattopardo, occorre che tutto cambi per fare in modo che ogni cosa rimanga come prima. E non vi è dubbio che il “metodo Berlusconi” provvide a sradicare intere foreste di alberi secolari. L’uso della comunicazione di massa come strumento essenziale per essere in posti differenti dello stesso istante aveva fatto da elastico al genio imprenditoriale del ragazzo borghese e lombardo che si guadagnava da vivere suonando il pianoforte e cantando in francese sulle navi da crociera.

L’impero delle televisioni non gli bastava. Pensò che per essere davvero popolare avrebbe dovuto entrare nel cuore della gente passando dalla porta delle sue emozioni più autentiche. Nulla di più vero vi era, allora, del calcio. Il Milan, dunque, sarebbe stato il suo Cape Canaveral dal quale prendere il volo verso il sole e le stelle.
 
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